Sacro Monte di Varallo

Il Sacro Monte di Varallo

Notizie storiche

Il Sacro Monte sorse per iniziativa del Beato Bernardino Caimi, che, di ritorno dalla Terra Santa (alla fine del 1400), volle ricreare in piccolo i luoghi della Palestina.
Al progetto settant’anni più tardi si interessò anche S. Carlo Borromeo, che diede nuovo impulso all’opera e la denominò ”Nuova Gerusalemme”.
Il complesso degli edifici, una cinquantina è stato costruito nel corso di un paio di secoli. Ogni cappella rappresenta, con affreschi (circa 4.000 figure) e con gruppi di statue (circa 400), scene della vita di Gesù e di Maria.
Fra gli artisti più importanti che hanno lavorato a Varallo c’è Gaudenzio Ferrari, che collaborò con il fondatore ad avviare il S. Monte: sua è la grandiosa cappella della Crocifissione.
Il S. Monte di Varallo, per la bellezza del luogo, per le sue testimonianze di fede e di arte, costituisce un monumento unico nel suo genere.

Nel ‘400

Nel 1478 il milanese Padre Bernardino Caimi, Francescano dell’Antica Osservanza, inviato come Commissario a Gerusalemme, constatando la gravità della minaccia turca per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, matura l’idea, di riprodurre con particolare fedeltà in occidente i principali santuari della Palestina, creando quasi una ‘Terra Santa in miniatura’.
Nella ricerca del luogo più adatto per realizzare il suo sogno pare sia giunto per la prima volta a Varallo nel 1481, trovando rispondente alle sue esigenze la terrazza di roccia che domina la città.

Il 21 dicembre 1486 ottiene dal Pontefice Innocenzo VIII il breve che lo autorizza ad accettare la donazione dei terreni, da parte dei maggiorenti varallesi per costruire presso il centro abitato il convento della Madonna delle Grazie e per dare inizio ‘super parietem’ alla ‘Nuova Gerusalemme’.

Il 7 ottobre 1491 è già terminata la cappella del Santo Sepolcro, a perfetta imitazione di quella di Gerusalemme, con le costruzioni annesse.
Il 14 aprile 1493 vengono consegnate al Padre Caimi la chiesa delle Grazie con l’adiacente convento, e sul Monte le cappelle già erette: il Santo Sepolcro, la Deposizione.
Negli anni successivi sorgono, secondo le planimetrie dei santuari palestinesi e in parte anche secondo la geografia della regione, la Grotta di Nazaret, quella di Betlemme, e sulla spianata meridionale, scelta per Gerusalemme, il Cenacolo e la chiesa della Dormizione della Vergine sul monte Sion.
Il 22 agosto 1498 avviene nella chiesa della Vergine Dormiente la guarigione miracolosa di Donna Agnese Botta, sorella del maestro delle finanze di Ludovico il Moro.

Nel ‘500

Dopo la morte del Beato Caimi ne prosegue l’opera il vercellese Beato Candido Ranzio, che rimarrà al Sacro Monte fino al 1509. Intanto il 7 settembre 1501 viene consacrata la chiesa da Monsignor Galardo, vescovo di Salona; nell’agosto del 1507 sale al Monte il Cardinal Federico Sanseverino, vescovo di Novara, e nel settembre il Gran Cancelliere del Ducato di Milano, Gerolamo Morone, che in una sua lettera ci dà la prima descrizione della Nuova Gerusalemme.
Nel 1514 esce la più antica guida dei Misteri del Monte di Varallo, che ne descrive ben ventisette tra terminati e in via di completamento.
Poco dopo visita il Sacro Monte il famoso novelliere Matteo Bandello.

Nella realizzazione della grandiosa opera è impegnato anche Gaudenzio Ferrari, pittore, scultore e architetto di eccezionali doti, il vero, grande regista di tutto il complesso, operandovi fino al 1528. A lui si devono le opere più ispirate, dalle statue dell’Annunciazione, Presepe, Adorazione dei Pastori, Circoncisione, al capolavoro della Crocifissione, alla cappella dei Magi.
Ormai però il progetto iniziale di riprodurre i Luoghi Santi è stato dimenticato e si va sviluppando il nuovo criterio di illustrare cronologicamente i fatti salienti della vita di Gesù.
Alla partenza di Gaudenzio l’attività edificatoria si rallenta, ma ormai il Sacro Monte gode di una vasta notorietà. Turbe di pellegrini vi accorrono, e tra essi anche grandi personaggi. Nel 1529 e poi nuovamente nel 1532 vi sale S. Angela Merici, la fondatrice delle Orsoline, e sul suo esempio si reca nel 1530 l’ultimo duca di Milano, Francesco II Sforza, imitato nel ’35 dalla consorte Cristina di Danimarca. Nel ’33 vi era stata la contessa Borromeo, futura madre di S. Carlo. Nel ’38 è la volta di Don Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto, Governatore del Ducato di Milano, che fa erigere la cappella della Cattura.
Lavora per qualche tempo come pittore l’allievo di Gaudenzio Ferrari, Bernardino Lanino, cui si devono gli affreschi dell’antico palazzo di Pilato. Nel 1544 è eretta l’attuale cappella della Visitazione.
Nella seconda metà del secolo per iniziativa del nobile Gaudenzio d’Adda e della sua sposa, la varallese Francesca Scarognini, l’architetto Galeazzo Alessi, celebre per le sue opere a Genova e a Milano, stende verso il 1567-68 un nuovo, ambizioso progetto per la Gerusalemme varallese: il "Libro dei Misteri". Ma solo in piccolo esso viene realizzato; la Porta Maggiore, la cappella di Adamo ed Eva, quella che ora contiene la fuga in Egitto. C’è però una forte ripresa di lavori, si realizza in questa fase manieristica dopo il ’70 tutta la ghirlanda di cappelle che illustrano la vita pubblica di Gesù.
È il periodo di S. Carlo Borromeo che in questi anni sale almeno quattro volte al Sacro Monte: nel ’68, 71, 78, 84, prendendo molti provvedimenti per lo sviluppo e il buon funzionamento del Santuario. Nell’ultima sua visita si ferma vari giorni, preparandosi alla morte avvenuta poco dopo a Milano. Con i suoi pellegrinaggi egli ha diffuso la conoscenza e la venerazione per la Nuova Gerusalemme varallese.

Sul suo esempio il Duca di Savoia, Carlo Emanuele I si reca al Sacro Monte nel 1583, facendovi erigere la cappella della Strage degli Innocenti, affrescata dai Fimminghini, e poi ancora vi torna nell’87 con la Duchessa, figlia di Filippo II di Spagna. Lo imitano la sorella Donna Matilde di Savoia, che sovvenziona il completamento della cappella del Figlio della vedova di Naim, e la marchesa di Messerano che fa innalzare quella dell’Inchiodazione.

Nel ‘600

Durante il suo episcopato novarese il Venerabile Carlo Bascapè dà un forte impulso soprattutto per realizzare i Misteri della Passione; lavorano dapprima il pittore Domenico Alfano di Perugia e il celebre scultore fiammingo Giovanni Tabacchetti.
Nei primi anni del secolo sorge il nuovo Palazzo di Pilato con la Scala Santa e inizia la sua vastissima attività Giovanni d’Enrico che nel 1614 dà un nuovo piano generale per la spianata del Monte.
Su suo progetto s’inizia lo stesso anno la Chiesa Nuova e si erigono in seguito le cappelle della Piazza dei Tribunali.
Si dedicano agli affreschi Melchiorre d’Enrico e soprattutto i due famosi pittori: il Morazzone e Antonio d’Enrico, detto Tanzio da Varallo.
Seguiranno nei decenni successivi il Gherardini, Montaltied, il Gianoli da Campertogno.
Nel 1649, terminati il presbiterio e il coro del nuovo tempio, il Vescovo Tornielli vi trasporta solennemente dalla chiesa antica la statua della Madonna Dormiente.
Nel 1678 è completato sulla cupola lo spettacolare Paradiso con statue del Bussola e affreschi dei Montalti.
Visitano nel Seicento il Sacro Monte il cardinal Trivulzio e nel 1655 il Governatore Generale del Ducato di Milano, Marchese di Caracena.

Nel ‘700

Nel secolo XVIII proseguono i lavori e si attuano alcune trasformazioni.
Tra il 5 e il 7 si erige il nuovo oratorio presso il Santo Sepolcro; tra l’8 e il 13 viene completata la muratura della Chiesa Maggiore.
Dopo il 20 su progetto dell’architetto Morondi si costruisce la Porta Aurea e in seguito lo scurolo o cripta della Chiesa Nuova e nel 37 l’ultima cappella, quella di Anna, nella Piazza dei Tribunali.
Nel 39 è al Sacro Monte l’architetto regio, Benedetto Alfieri, che progetta la tribuna dell’altar maggiore.
Nel 72-73 viene abbattuta la Chiesa Vecchia e sostituita dall’edificio per gli Esercizi Spirituali.
Nel 1776 s’inizia il portico della Piazza Maggiore e vi si allineano le cappelle della Cena e dell’Orazione dell’orto con affreschi dell’Orgiazzi.
Intanto sorgono gli altari laterali e si ornano di pitture le cappelle della Chiesa. Tra i tanti pellegrini visitano il Santuario Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, nel 1721, S. Benedetto Labre, il Cardinal Durini e il principe Benedetto Maurizio di Savoia, duca del Chiabese. Nel 1765 la cura spirituale del Sacro Monte viene affidata ai sacerdoti diocesani di Novara.

Nel ‘800

Nel 1819 l’officiatura del Santuario viene affidata ai Padri Oblati dei Santi Gaudenzio e Carlo di Novara che la reggono ancora oggi. Del 23 è il primo progetto di facciata per la Chiesa Maggiore, disegnato da Luigi Cagnola. Nel 35 Silvio Pellico visita per la prima volta il Sacro Monte e lo illustra con un carme; nel 36 vi si reca Re Carlo Alberto; nel 47 S. Giovanni Bosco. Nel 1853 avviene la consacrazione del Tempio Maggiore; nel 54 si inaugura l’altare dello scurolo; nel 57 avviene la prima solenne incoronazione della Madonna Dormiente, ripetuta nel 62; nel 92 sale al Sacro Monte la Regina Margherita. Finalmente nel 96 viene inaugurata la facciata marmorea della Chiesa, ultima impresa di grande impegno.
Nello stesso anno visita il Sacro Monte Monsignor Achille Ratti, futuro Pio XI.

Nel ‘900

Nel nostro secolo, mentre si attuano quasi in continuazione opere di restauro a tutto il complesso, i fatti salienti sono costituiti; nel 1913 dalla terza incoronazione della statua della Vergine dormiente, per mano del Beato Cardinale Andrea Ferrari; nel 24 dalla consacrazione episcopale del Rettore del Santuario, Padre Maurilio Fossati, poi Cardinale Arcivescovo di Torino; nel 26 dalla visita del Principe di Piemonte; nel 32 dall’erezione della Chiesa Maggiore a Basilica; nel 33 dall’inaugurazione della teleferica tra Varallo e il Monte, che sarà attiva per un quarantennio; nel 39 dalla visita del Beato Don Orione; nel 49 dalle celebrazioni per il terzo centenario del trasporto nella Chiesa Nuova della statua della Madonna Dormiente; nel 58 dalla quarta incoronazione.
Finalmente il 3-4 novembre 1984, per commemorare il quarto centenario della morte di S. Carlo, avviene la visita del più illustre pellegrino, S.S. Giovanni Paolo II, che vi celebra l'Itinerarium Crucis. Due anni dopo, nel 1986, si celebra il quinto centenario della fondazione della Nuova Gerusalemme varallese con la presenza del Cardinal Martini arcivescovo di Milano e del Patriarca di Gerusalemme.

LA PORTA

Appena oltrepassata la monumentale Porta Maggiore, prima opera varallese di Galeazzo Alessi, si entra nell’area sacra della Nuova Gerusalemme che subito affascina per l’atmosfera profondamente mistica e suggestiva.
Non si tratta di un qualunque parco pubblico, sia pur notevole per antichità e bellezza, né tanto meno di un luogo per svago e scampagnate, ma di un recinto sacro, di un vero e proprio spazio sacro in cui si rivivono i misteri della vita e della passione di Cristo.
L’insieme è veramente superbo, come quello di un incantato giardino del Cinquecento, per la presenza dei grandi alberi secolari e per la solenne architettura della prima cappella che compare di fronte, quasi fiancheggiata e più intimamente legata alla Porta Maggiore dalle due imponenti statue del Padre Bernardino Caimi a destra e di Gaudenzio Ferrari a sinistra. come a formare un’ideale, raccolta piazzetta.

Così le due statue, collocate su grandi piedestalli di granito e maggiori del vero, poste quasi a premessa di tutto il «gran teatro montano, assumono un alto valore emblematico e esaltante l’una la fede e il coraggio del fondatore dell’eccezionale impresa del Sacro Monte, l’altra la genialità e la grandiosità di concezione dell’artista che seppe creare con irreperibile efficacia i maggiori capolavori di tutto il complesso.

L’erezione dei due monumenti, ora restaurati, risale al 1866-67 ed è dovuta alla munificenza del conte Benedetto Carelli di Rocca Castello, uno dei più insigni benefattori del Sacro Monte, per altro mai ricordato tra essi.
Nato da una delle più distinte famiglie varallesi, il Carelli (1772-1852), notaio e causidico stimatissimo, fu uno degli ultimi Reggenti della Valsesia nel 1815 e riformatore degli Studi nel 1837. Per i suoi meriti Carlo Felice lo insignì del titolo di conte nel 1826 e nel 1837 Carlo Alberto gli concesse il predicato di Rocca Castello; il Carelli fu inoltre commendatore dei SS. Maurizio e Lazzaro e consigliere di S. Maestà.

Di animo profondamente caritatevole nel 1851 donò al comune di Confienza parte dei possedimenti che là aveva, per istituire un’Opera Pia. Nel suo testamento legò somme per allora assai cospicue per gli alunni poveri delle scuole di disegno e di scultura di Varallo, per gli emigranti delle valli Sermenza e Mastallone e inoltre elargì un notevole capitale all’Ospedale di Varallo e un altro munifico lascito al Sacro Monte.
Questo venne impiegato in parte per provvedere a restauri e rifacimenti di affreschi in alcune cappelle, in parte per erigere i due monumenti in rame del Caimi e del Ferrari, che poterono essere innalzati solo quattordici anni dopo la morte del donatore per opera dello scultore Pietro Zucchi come risulta dalla firma.
Ma forse l’opinione pubblica locale avrebbe preferito che l’elargizione dei Carelli fosse stata devoluta per erigere la facciata del tempio maggiore che allora ancora attendeva di essere costruita secondo il progetto neoclassico del marchese Cagnola. Forse si pensava che l’erezione del monumento al Ferrari sul Sacro Monte rendeva ancor più difficile l’iniziativa di innalzare quello sulla piazza vicino alle Grazie per il quale non si riusciva a trovare i fondi. Forse ancora dispiaceva che a modellare le due statue in rame fosse stato chiamato uno scultore non valsesiano, come pure stava avvenendo proprio nel ’66 per un altro monumento al Ferrari, quello di Valduggia, opera dell’Argenti, di cui quello del Sacro Monte appare quasi una replica con poche varianti, mentre la Valsesia poteva offrire scultori allora di grande prestigio come l’Albertoni, o di un certo valore, ossia Giuseppe Antonini, e Costantino Barone, mentre iniziava la sua carriera il Della Vedova. Fatto sta che i due severi monumenti non piacquero, anzi, vennero molto criticati. Basti leggere la violenta stroncatura del Tonetti nella sua guida della Valsesia del 1891 in cui li definisce «due brutte statue di rame … le quali li deturpano, anziché essere di ornamento …».
Anni dopo il canonico Romerio ancora scriverà, con tono più pacato, sul Bollettino del Sacro Monte del 1909: «Su queste statue molto si scrisse censurando a ragione la poco felice riuscita del lavoro. A dire il vero … si sarebbe dovuto trovare di meglio per un lavoro che nella mente del generoso benefattore doveva eternare le glorie del nostro Santuario, la Religione e l’Arte».
Più tardi il Galloni nell’ultima parte, piuttosto affrettata, della sua classica opera, ignora totalmente la beneficenza del conte Carelli e le due statue.
La nobile figura del Caimi eseguita nel ’67 dall’impianto grandioso, modellata a larghe masse, si impone per il gesto energico e solenne a dominare lo spazio, eloquente interpretazione dell’animo e del carattere del fondatore di tanta impresa.
Quella di Gaudenzio (del ’66) volutamente si contrappone alla precedente per l’atteggiamento più raccolto e austero, quasi a voler cogliere il grande maestro in una pausa pensosa della sua intensa opera creativa. Ambedue si collocano a buon diritto in posizione eminente nel capitolo dell’iconografia del Caimi e del Ferrari.
Del primo, come noto, sono purtroppo scomparse quasi tutte le raffigurazioni cinquecentesche: distrutta all’inizio del Settecento quella che Gaudenzio aveva dipinto nella cappella di S. Francesco presso il Santo Sepolcro insieme ai membri della famiglia Scarognini, distrutta verso il 1930 quella affrescata nell’ospizio degli Oblati (di cui fortunatamente rimane almeno la riproduzione fotografica), che rappresentava il Caimi nell’atto di indicare il Sacro Monte. Al secolo XVII risale, prima fra tutte per importanza, e per particolare senso di profonda e umile umanità la statua in terracotta dipinta modellata da Giovanni D’Enrico nel 1638 e collocata nella nicchia accanto al Santo Sepolcro. Seguono le tele del Museo del Sacro Monte (un tempo nella sacrestia dello scurolo in basilica) e di S. Maria delle Grazie (sull’arco della prima cappella), tutte raffiguranti il fondatore con il modellino del Sacro Monte in mano. Il Caimi è pure effigiato nella grande pala settecentesca dell’altare di S. Pietro d’Alcantara in basilica. Risulta poi che una sua immagine si trovava nel convento del Giardino a Milano; un’altra ancora si vede nel convento dei Francescani a Saluzzo; così pure un affresco che lo raffigura con la Madonna e S. Bernardo è ricordato nel muro di una casa di Parone. A queste opere di pittura e scultura bisogna aggiungere le incisioni a iniziare da quella del 1587 pubblicata nell’opera del P. Gonzaga, in cui il Caimi compare insieme a vari altri beati del suo ordine, seguita da quella dell’Arbor Beatorum della Provincia di Milano dell’inizio del Seicento e da quella del Bianchi del 1700 circa a cui bisogna aggiungere la serie abbondantissima di incisioni per lo più popolaresche, derivanti dalla statua del D’Enrico, e pubblicata sulle numerosissime guide del Sacro Monte.
L’iconografia del Caimi annovera poi anche varie medaglie a iniziare dal secolo XVII, per lo più ovali, recanti su una faccia il P. Bernardino e sull’altra l’Assunta, altre raffiguranti il Caimi su ambo le facce, lievemente varianti per misure e didascalia, sia in argento sia in rame. Di queste ultime una fu rinvenuta addirittura nel santuario della Visitazione ad Ain Karim in Palestina. A queste ne seguono altre del secolo scorso e del nostro, di fattura però più industriale; ma tutte sempre riproducono il Caimi nell’iconografia consueta con il modellino del Sacro Monte in mano.
La nostra grande statua di rame che presenta invece il frate con un braccio alzato e l’altro che protende un ampio foglio aperto, si stacca dalla tradizione e si distingue per la sua originalità. In sostanza si tratta di una raffigurazione del tutto nuova e della più impegnativa e monumentale che l’Ottocento ci abbia dato del Caimi.
Diverso è il discorso per quanto riguarda la statua del Ferrari. Notissimi sono i vari, ma non sempre sicuri, suoi autoritratti: quello sotto le spoglie di un pellegrino ai piedi della croce nella grande parete della Madonna delle Grazie; l’altro, pure in abito da pellegrino, affrescato presso la porticina di sinistra nella cappella della Crocifissione al Sacro Monte; un terzo più ipotetico, pure sulla sinistra, nella cappella dei Magi.
A questi si deve aggiungere un autoritratto su tela già nella collezione Giustiniani di Roma, passato nel 1812 nelle raccolte reali di Berlino e oggi purtroppo non più rintracciabile, ma di cui si è recentemente scoperta una piccola riproduzione in incisione. Notissimo è il ritratto di profilo, divenuto poi classico, dipinto dal Lanino nella cappella di S. Caterina in S. Nazzaro a Milano nel 1546. Ma bisogna fare un balzo fino al secolo scorso per trovare una vera fioritura iconografica gaudenziana con la piccola incisione dell’Autoritratto già Giustiniani (1812), quella di un presunto ritratto pubblicata dal De Gregori nella sua Istoria della vercellese letteratura e arti (1819-21), ripresa poco dopo dal Paroletti nelle sue Vite e ritratti di sessanta piemontesi illustri (1824), quella del Bordiga per la prima monografia su Gaudenzio (1821) che riproduce il ritratto milanese del Lanino, ripresa a sua volta ripetutamente come modello fino ai nostri giorni. Ma è soprattutto nella scultura che l’iconografia gaudenziana ottocentesca ebbe la maggior diffusione con: la medaglia coniata a Milano nel 1825, il busto sulla facciata della casa dell’artista a Varallo (1839), il medaglione del Girola nel portico nuovo del Mercato a Novara (1840-52), il busto dell’Albertoni (1845) per l’Istituto Tecnico di Varallo e quello per il Salone della Società d’Incoraggiamento, il busto nel palazzo del Campidoglio a Roma, opera del Bisetti di Maggiora (1856), il già ricordato monumento di Giuseppe Argenti per la piazza di Valduggia (1866), il monumento del Della Vedova a Varallo (1874), la sua replica in una nicchia della bella casa del Della Vedova in corso Matteotti a Torino. A questi si aggiunga nel nostro secolo l’erma eretta nel 1972 nei giardini di S. Andrea a Vercelli.
In un contesto così sorprendentemente ricco il nostro monumento sul Sacro Monte campeggia insieme agli altri due di Valduggia e di Varallo. E sebbene non possa competere con quest’ultimo per l’alto livello di ispirazione e il sottile fascino poetico che lo anima, ma rimanga sul piano di una schietta e robusta prosa, si qualifica però per dignità severa e corretta e per la sua imponenza come un omaggio veramente munifico per onorare la personalità artistica di Gaudenzio.

LE CAPPELLE

PRIMA CAPPELLA
Adamo ed Eva, il Paradiso terrestre

Iscrizione: Colse il frutto di quell’albero e ne mangiò e ne diede al suo uomo (Genesi, 3,6).
Per la colpa di un solo uomo è entrato in questo mondo il peccato e per il peccato la morte (Romani,5,12).


La prima cappella, di fronte alla quale si inizia il percorso di visita al Sacro Monte, rappresenta il peccato originale, quindi non un fatto direttamente collegato alla vita di Gesù ma la spiegazione della vita di Cristo; risponde un po’alla domanda che molte volte la teologia si è posta ”perché Dio si è fatto uomo in Cristo”. Una delle risposte è appunto salvare l’umanità dal peccato presente fin dalle origini.
Attraverso le pitture e le sculture s’illustra il testo del libro della Genesi, uno dei primi capitoli, dove viene raccontata la disobbedienza dell’uomo al comando di Dio.
Abbiamo quindi nella figura centrale Adamo ed Eva che stanno per mangiare il frutto indicato a loro dal serpente, arrotolato sull’albero al centro della scena. Intorno agli animali rappresentati ancora in una dimensione ideale, con delle rappresentazioni pacifiche; sono animali non aggressivi, non violenti come invece si vedrà ad esempio nella cappella delle tentazioni, per significare ancora la presenza dell’armonia della creazione voluta da Dio.

A lato è visibile la figura dell’eterno padre che assiste alla disobbedienza dell’uomo.

Questa cappella non era ovviamente prevista nel progetto del Caimi ma fa parte dell’ampliamento del progetto voluto da Galeazzo Alessi; anche nella sua forma architettonica è l’unica che fedelmente ripropone quanto l’Alessi aveva progettato nel Libro dei Misteri.
La facciata, in particolare, classicheggiante e molto elegante, offre un bel colpo d’occhio all’inizio del percorso.
Gli affreschi realizzati nell’800 sono opera di Burlazzi e completano la scena raccontando altri episodi del libro della Genesi.
Nel portichetto antistante sono rappresentati i giorni della Creazione: la creazione dei vari elementi, la divisione della terra e delle acque, prima dunque della creazione dell’uomo. Un percorso a tappe, pedagogico.
Come tutte le altre cappelle anche questa è contrassegnata da una tavoletta chiamata ”detto scritturale”, recante passi dell’antico e nuovo testamento, con tanto di citazione numerica, per aiutare il pellegrino a comprendere come si illustra il testo sacro. La parte dell’antico testamento viene letta come anticipazione di ciò che si realizzerà poi nella vita di Cristo e la citazione numerica permetteva, a chi era in grado di leggere e scrivere, di approfondire poi direttamente attraverso il testo sacro.

Le grate attraverso cui è possibile vedere la scena non erano previste nelle fasi iniziali del progetto voluto dal Caimi e poi continuato attraverso l’opera di Gaudenzio, ma vengono poi collocate tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, in pieno periodo di controriforma, per far sì che l’occhio del visitatore e del pellegrino non sia distratto a cogliere mille particolari ma si concentri su dei particolari precisi ed essenziali. Rappresentano una guida alla lettura della cappella e spazio dopo spazio aiutano a leggere la scena.

Qualcuno ha ipotizzato che le grate siano state mutuate dalla lettura del libro degli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, dove il fondatore dei gesuiti scandisce proprio meditazioni su temi biblici evangelici, fissando sguardi, volti, gesti dei vari personaggi in azione. Al di là di questo costituiscono ancora oggi una barriera protettiva tra il visitatore e la cappella e sono anche opere d’arte perché sono tutte in legno scolpite.

 

SECONDA CAPPELLA
Rappresenta l’Annunciazione dell’angelo a Maria

Iscrizione: Ecco che una vergine concepirà e darà alla luce un figlio che sarà Emmanuele”(Isaia,7,14).
Disse a Lei l’angelo: ”non temere, Maria, … ecco che concepirai nel tuo seno un figlio e gli porrai nome Gesù” (Luca 1, 30-31).

La particolarità di questa cappella consiste nel fatto che come misura perimetrale è uguale identica alla santa casa di Loreto e al di là delle problematiche storiche e archeologiche che riguardano la santa casa di Loreto, costituiscono la memoria della casa di Maria a Nazareth, quindi Santuario dell’incarnazione, luogo in cui si fa ricordo dell’evento iniziale della vita di Gesù, quando al sì di Maria si fa uomo nel suo grembo, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo.
Le due statue sono opera di Gaudenzio Ferrari; sono manichini in legno rivestiti di tela gessata e sono tra le più antiche al Sacro Monte. Si distinguono per questo particolare materiale mentre le altre per la stragrande maggioranza sono in terracotta.
Alle pareti della cappella cinque personaggi che spesso ritorneranno nelle cappelle del Sacro Monte; sono cinque profeti e stanno a significare la continuità tra antico e nuovo testamento. Cristo non è venuto ad abolire ma a completare quanto già era stato rivelato dalle scritture e predetto dai profeti. Questo lo si comprende in particolare fissando lo sguardo sul profeta che sta dietro a Maria, sulla parete di fondo, Isaia che regge un brano scritto su di un cartiglio tratto dal suo libro ”la Vergine concepirà e partorirà un figlio”. E’raffigurato qui per attestare che la Vergine è Maria che concepisce l’annuncio dell’angelo. E’dunque una catechesi, una spiegazione, una teologia attraverso immagini e non attraverso un testo scritto.

TERZA CAPPELLA
Rappresenta l'incontro di Maria con Elisabetta

Iscrizione: Disse l’Angelo alla moglie di Manuel: sei sterile e senza discendenza ma concepirai e darai alla luce un figlio: egli sarà nazareno di Dio fin dalla sua infanzia e dal ventre di sua madre. (Giudici, 13, 3-5).
Sorgendo Maria si affrettò ad andare a un paese posto tra i monti. Ed entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta (Luca, 1,39-40).

Il racconto poi del vangelo di Luca, che ci parla dell’annunciazione, prosegue con la visita di Maria a Elisabetta nella terza cappella. E’ una cappella successiva, della seconda metà del ‘500, dove viene rappresentato l’incontro tra Maria e l’anziana cugina, accanto a Zaccaria, marito di Elisabetta e a Giuseppe, sposo promesso di Maria.
La cappella è inserita in una decorazione che sulle pareti è recente, risale all’800, mentre la volta è molto bella con una decorazione di putti e angeli che rompono un po’lo schema architettonico ed evidenzia la finezza con cui tutti i particolari del Sacro Monte sono stati curati. Non abbiamo semplicemente pareti intonacate in modo anonimo ma decorate con finezza e attenzione.
Nelle lunette dei sottarchi ancora una volta i profeti con dei cartigli, alcuni dei quali sono ormai rovinati e illeggibili; continua l’idea di come la vita di Cristo sia già stata prefigurata nelle antiche scritture.
Spostandosi dalla cappella tre alla quattro è possibile vedere dal terrazzino la parte più bassa del Monte, il cosiddetto ”vallone dell’inferno” perché lì Galeazzo Alessi, l’architetto perugino cui i D’Adda commissionarono il libro dei misteri, progettò la realizzazione del purgatorio e dell’inferno che poi non vennero mai compiuti. La valle non è naturale ma è frutto della cava da cui sono state estratte le migliaia di pietre per la costruzione del Sacro Monte.

QUARTA CAPPELLA
Il sogno di S. Giuseppe

Iscrizione: (L’Angelo rispondendo a Tobia) disse: Vi è qui un uomo, chiamato Raguele, tuo parente e della tua tribù, e questi ha una figlia chiamata Sara: bisogna che tu la sposi (Tobia, 6, 11-12).
Apparve a lui in sogno un Angelo e gli disse: ”Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prenderti in sposa Maria” (Matteo, 1,20).

E’ una cappella particolare perché rappresenta il primo sogno di Giuseppe che ci viene descritto dall’evangelista Matteo: Giuseppe quando scoprì che Maria, sua promessa sposa, era incinta, voleva ripudiarla secondo la legge ebraica ma l’intervento di Dio attraverso l’angelo in sogno, spiega a Giuseppe cosa sarebbe avvenuto di lui e di Maria e del bambino che lei aspettava e quindi Giuseppe prenderà Maria nella sua casa.

Madonna che cuce

E’ particolare perché all’interno di questa cappella è custodita la statua della madonna che cuce, una delle statue più famose di tutto il percorso, opera del d’Enrico e visibile su numerose pubblicazioni; è una rara raffigurazione nella storia dell’arte di Maria ritratta nell’atto di cucire, un compito delle madri, delle mogli e delle donne di casa. Permetteva così un’identificazione da parte delle donne popolane valsesiane che spesso venivano qui a pregare e a meditare.

QUINTA CAPPELLA
Adorazione dei Magi

Iscrizione: Lo adoreranno tutti i re della terra e tutte le genti lo serviranno (Salmo 71,2).
Abbiamo veduto la sua stella e siamo venuti ad adorarlo. (Matteo 2,2).

Il visitatore del Sacro Monte varallese è coinvolto in un percorso più ampio che non la sola rivisitazione dello specifico luogo Santo. Per entrare nel complesso di Betlemme non scende più dalla scala verso la cappella della Presentazione al Tempio, ma vi accede dalla parte opposta, dopo aver attraversato il portico e il corridoio realizzati, con la costruzione della scena del corteo dei Magi, negli anni Venti del XVI secolo. In origine, però, non era così e l’identità con la grotta di Palestina era perfetta. Nel testo guida del 1514, il complesso di Betlemme viene descritto come sotterraneo: l’ingresso avveniva attraverso il portale che attualmente si varca salendo. Questo, indubbiamente, causò in parte la perdita dell’identità del percorso con quello betlemita, anche se fortunatamente non è venuto a pregiudicare elementi strutturali.
Volgendosi verso sinistra, il pellegrino che sosta davanti a questo altare incrocia il proprio sguardo con quello dei Magi che, come lui, dopo lungo cammino sono anch’essi giunti al luogo indicato dalla stella. La rappresentazione contenuta in questa cappella, come già accennato realizzata posteriormente al Caimi, si presenta come assai singolare. Non si tratta, infatti, della consueta scena dell’Adorazione dei Magi, prima manifestazione di Cristo che la Chiesa ricorda il giorno dell’Epifania, ma, attraverso l’impostazione artistica fatta da Gaudenzio, viene data espressione al cammino compiuto dai misteriosi sapienti venuti da Oriente.
Il corteo dei Magi comprende una varietà di personaggi, secondo canoni iconografici che, specialmente dal Rinascimento in poi, hanno caratterizzato la rappresentazione del noto episodio del Vangelo di Matteo. Anche al Sacro Monte essi sono tre, un numero che, pur non specificato nel testo evangelico in cui viene usato il termine generico «alcuni», andò affermandosi molto precocemente, determinato dal numero dei doni da loro recati e successivamente codificato da una variegata produzione di letteratura apocrifa che ha ampliato le sobrie notizie fornite dall’evangelista. Anche i nomi con cui essi sono popolarmente conosciuti, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, derivano da fonti non canoniche.
Il Ferrari riesce a dar forma e colore a quella primizia dei popoli che i Magi da sempre rappresentano nell’interpretazione ecclesiale: il moro, i paggi dalla pelle scura e dalle fattezze orientali. La composizione dell’insieme appare però più sobria se paragonata all’analoga scena realizzata dallo stesso artista sulla parete delle Grazie circa un decennio prima, da cui è ripreso il particolare del servo che si china per allacciare le calzature del suo sovrano. Anche qui lo spazio è dilatato dalla perfetta fusione e armonizzazione tra parti scultoree e scene pittoriche, come ben esemplificato dal cavallo visibile sulla parete a sinistra le cui zampe posteriori sono inserite nel muro, mentre il corpo rende forma protendendosi nell’aula.
Sono ben visibili i doni recati: l’incenso nel calice del primo magio, l’oro nello scrigno del sovrano moro e la mirra nel vaso per unguenti sorretto da quello in centro. Essi rappresenterebbero simbolicamente, secondo la tradizione, rispettivamente la divinità, la regalità e l’umanità del Bambino nato a Betlemme.

SESTA CAPPELLA
Natività

Iscrizione: Egli sarà per voi santificazione (Isaia, 8,14).
E il Verbo si fece carne (Giovanni 1, 14).

Come a Betlemme, l’attenzione primaria è rivolta verso l’altare sotto il quale una stella di marmo indica il luogo della nascita, mentre nella nicchia sovrastante, le tre statue opera di Gaudenzio Ferrari, rinnovano la memoria dell’evento che in quel luogo è avvenuto.
L’ambiente è illuminato naturalmente da un lucernario che fa scendere dall’alto la luce, elemento non presente a Betlemme a motivo della sovrastante basilica. A Varallo, oltre ad assolvere la funzione pratica di fornire luce per vedere all’interno della grotta, il lucernario racchiude una valenza fortemente simbolica, significando visivamente la luce di Dio che, nel mistero del Natale di suo Figlio, viene a illuminare le tenebre dell’umanità. Se si considera inoltre che le cappelle del complesso di Betlemme sono costruite nella parte orientale del monte e sono dunque rivolte verso il sole che sorge, venendo illuminate principalmente al mattino, tale significanza risulta ulteriormente accentuata.
Ogni mattina la Chiesa, nella sua preghiera liturgica, acclama a Cristo come sole che sorge dall’alto venuto a visitare il suo popolo, visita che si è compiuta nella storia proprio con la sua nascita nell’antica città di Davide.

SETTIMA CAPPELLA
Adorazione dei pastori

Iscrizione: Il bue conobbe il suo padrone e l’asino la greppia del suo signore (Isaia,1,3).
E i pastori vennero in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino posto nel presepio (Luca 2,16).

Nello spazio che a Betlemme si è visto riservato al culto cattolico e che ricorda la deposizione nella mangiatoia, al Sacro Monte si è data espressione, con l’Adorazione dei Pastori, alla forma tradizionale del presepe, già di ispirazione francescana, con la presenza, accanto al Bambino nella greppia, del bue e dell’asino, di Giuseppe e di Maria e dei pastori accorsi dopo l’annuncio angelico.

Di straordinaria delicatezza gli angeli musicanti e festanti, materializzazione scultorea dei tanti simili soggetti che Gaudenzio spesso inserì nelle sue opere pittoriche.
Colpisce l’atteggiamento di Maria, che non contempla il proprio figlio che avvolse in fasce e depose nella mangiatoia (Lc 2,7), ma volge il suo sguardo, quasi distratta da qualche cosa, verso l’esterno della scena.
Una tale originale e per certi aspetti azzardata iconografia è comprensibile se si considera il momento in cui l’opera è stata realizzata, quando ancora non vi era la separazione tra statue e osservatore che, proprio dallo sguardo diretto verso di lui, si sentiva ancor più interpellato e sollecitato a prender direttamente parte all’evento.
L’ambiente è completato, sulla sinistra, da una scala che termina con una piccola finestra: non ha alcuna utilità pratica, ma è stata realizzata in quanto presente a Betlemme, dove permette ai pellegrini di risalire nella basilica dopo la visita alla grotta. Da questo elemento, di per sé secondario, si può comprendere come il progetto di Caimi sia stato pianificato nel tempo, organizzato con molta attenzione, fin nei minimi particolari. Non si conoscono i modi con cui questo è stato attuato, ma è verosimile pensare che il frate francescano potesse disporre di planimetrie, disegni e misure raccolte, con ogni probabilità, durante le sue presenze in Terra Santa o anche fatte realizzare appositamente per una riproposta di quegli stessi luoghi in Occidente.

OTTAVA CAPPELLA
Circoncisione o Presentazione al Tempio

Iscrizione: Il Dominatore verrà al suo tempio (Malachia, 3,1).
Lo portarono a Gerusalemme per presentarlo al Signore. E lo stesso Simeone lo accolse fra le sue braccia (Luca 2, 28).

Una volta usciti dall’artistico portale, fedele imitazione di quello di Palestina, degli scalini conducono nella parte superiore della cappella dove, all’interno di una bussola lignea vi è la scena della Presentazione al Tempio. Una tale dicitura, che sembra confermata dal passo evangelico di Luca riportato sulla tavola del detto scritturale, è però erronea, in quanto si dovrebbe parlare della Circoncisione.
La confusione tra i due eventi, risolta con il prevalere del secondo, può essere stata generata probabilmente da un testo poetico del 1566, ma la presenza del coltello rituale tra le mani del sacerdote e l’assenza invece del cestino con le due colombe, elemento presente nell’iconografia della Presentazione, consente di identificare con sicurezza la scena come il momento in cui, secondo le prescrizioni della legge ebraica, venne imposto il nome al neonato.
La giusta identificazione consente di individuare un ulteriore preciso collegamento con il Santuario di Betlemme, dove a sinistra si trova proprio un altare dedicato alla Circoncisione.

NONA CAPPELLA
 Il secondo Sogno di S. Giuseppe

Iscrizione: Iosaba, preso Joas figlio di Scozia, lo nascose alla vista di Atalia, perché non fosse ucciso (IV libro dei Re 11,2).
Un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, dicendo: Alzati e prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché avverrà che Erode cerchi il Bambino per farlo morire (Matteo, 2,13).

Il complesso di Betlemme comprende ancora un’altra cappella, che ricorda il secondo sogno di Giuseppe.
L’angelo nuovamente appare a Giuseppe per comunicargli le intenzioni omicide di Erode nei confronti del bambino, e invita a fuggire in Egitto.
Questa cappella, anche se non da un punto di vista strutturale, ha comunque un legame con il Santuario di Betlemme, ove in una delle grotte adiacenti quella della natività è presente, almeno dal 1622, un altare che ricorda questo mistero, raffigurato in un quadro.

DECIMA CAPPELLA
La fuga in Egitto

Iscrizione: Ecco il Signore salirà su di una leggera nube ed entrerà in Egitto (Isaia, 19,1).
E questi (Giuseppe) levatosi nella notte prese il Bambino e sua Madre e andò in Egitto (Matteo 2,14).

La cappella fu costruita tra il 1576 e il 1580 seguendo le direttive del Libro dei Misteri.
In origine era destinata a contenere il Mistero della Strage degli Innocenti. Per la scena della Fuga in Egitto, negli stessi anni, era stata costruita una cappella nei pressi dell’attuale cappella 11, che nel 1583 venne terminata e corredata di statue.
Tale edificio venne demolito nel 1586 e il gruppo plastico della Fuga in Egitto venne traslocato nell’attuale cappella. Ignoto è l’autore delle statue di stucco, già plasmate nel 1583; dubbia la loro attribuzione a Fermo Stella da Caravaggio.

UNDICESIMA CAPPELLA
La strage degli Innocenti

Iscrizione: Si è udito nell’alto un grido di lamento, di lutto e di pianto di Rachele che piange i suoi figli e che non vuole essere consolata per essi, poiché non ci sono più (Geremia, 31,15).

Allora Erode, accortosi di essere stato ingannato dai Magi, comandò di uccidere tutti i bambini che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio, dai due anni in giù (Matteo 2, 16).

Si tratta di una delle cappelle più famose dell’intero Sacro Monte.
Edificata negli anni Ottanta del XVI secolo, su finanziamento dei Savoia, risulta essere quella in cui meglio si percepisce e comprende il rapporto esistente tra episodio da narrare e l’efficacia con cui è reso questo racconto. E’ significativo in tal senso quanto riporta la guida del 1596, parole che lasciano trasparire l’entusiasmo spontaneo di chi curò la stesura delle ottave: ”il tutto di rilievo, benissimo e bellissimo, con pitture di meravigliosa ed estrema bellezza ad imitazione del vero”.

E’ chiaro che l’intento è quello è quello di far accostare il visitatore non a qualcosa che è relegato nel passato, ma a qualcosa che sta avvenendo e che, nel suo dinamismo figurativo, è un episodio da vivere a imitazione del vero.
Questo grazie all’abilità tecnica di chi, come Giacomo Bargnola di Valsola, Michelangelo Rossetti, Michele Prestinari e il Tabacchetti realizzò le più di novanta statue e di chi, come il Fianmminghino, armonizzò con esse gli affreschi.
Osservando con attenzione il quadro, si può notare come i personaggi sono raffigurati non tanto con abiti dell’epoca di Cristo quanto piuttosto come uomini e donne del ‘500.
L’osservatore è invitato ad accostarsi allo scenario sia attraverso la grande grata centrale, aperta negli anni Cinquanta, che consente una visione d’insieme, sia tramite le grate laterali sia permettono invece di concentrarsi su volti, gesti, spazi che giungono a toccare il cuore del riguardante.
Questa eccezionale esecuzione artistica è stata possibile, grazie in particolare a Carlo Emanuele di Savoia, che nel 1585, in compagnia della moglie Caterina, infanta di Spagna che venne ritratta nella dama in vesti cinquecentesche sulla parete destra, giunse in visita al Santuario.

DODICESIMA CAPPELLA
Il Battesimo di Gesù

Iscrizione: La voce del Signor sopra le acque, il Dio della maestà tuona: il Signore è al di sopra delle acque immense (Salmo 28,3).

Gesù fu battezzato da Giovanni nel Giordano, e nell’istante che usciva dall’acqua, vide i cieli aprirsi, Lo Spirito discendere come colomba e posarsi su di Lui. E dai cieli scaturì una voce: Tu sei il mio Figlio diletto, in te io mi sono compiaciuto (Marco 1,10-11).

La scena è presentata all’interno di un edificio ottagonale, edificato tra il 1572 e il 1576: richiama la struttura degli antichi battisteri paleocristiani.

L’ottagono, ottenuta dall’aggiunta di un’unità al sette, numero biblico per eccellenza, è il numero cristiano che sta a indicare simbolicamente la completezza portata dal redentore; la pienezza dell’ottavo giorno, iniziato al momento del battesimo e aperto alla dimensione escatologica con l’ultimo avvento del Cristo giudice.
La descrizione del Battesimo di Gesù è strutturata secondo i canoni stilistici e letterari che già l’Antico testamento utilizza per la teofania, permettendo di cogliere, in questo modo, l’autentico senso trinitario.
Non a caso l’episodio troverà spazio nelle cappelle del Sacro Monte di Ghiffa, sul Lago Maggiore, in cui sono appunto illustrate le manifestazioni della Trinità.
Nella cappella la voce del cielo è stata materializzata nella raffigurazione del Padre stesso, che regge un cartiglio con le parole udite al Giordano: Hic est filius meus dilectus in quo mihi bene complacui ipsum audite, questo è il figlio mio diletto in cui mi sono compiaciuto, lui ascoltate.

L’atteggiamento di Cristo, raffigurato con mani giunte a capo chino, può richiamare il testo di Luca, in cui si sottolinea la preghiera che egli compie in questo, come anche in altri momenti cruciali della sua vita.
La scena è completata con le figure di due angeli che reggono le vesti del Signore, elemento spesso presente nell’iconografia dell’episodio anche se non desunto dai racconti evangelici.
Questo quadro così fedele al dato biblico è inserito in una stupenda cornice pittorica, eseguita da Gabriele di Cristoforo Bossi nel 1584.
Sulle pareti, suddivise da paraste finemente decorate, compaiono scene agresti, scene di caccia e di pesca, panorami; un mondo quasi bucolico in cui inaspettatamente irrompe il divino.

TREDICESIMA CAPPELLA
Le tentazioni

Iscrizione: Dio lo abbandonò, perché fosse tentato (IParalipom, XXXII, 31).
Gesù fu condotto nel deserto dallo [...] Spirito santo.


Sulle pareti a sinistra compare Cristo tentato perché si getti dall’alto del tempio; sulla parete di fondo, il Demonio che dalla cima del monte indica al Cristo tutte le ricchezze della terra; a destra Gesù che si ciba servito dagli Angeli e il Demonio cacciato che precipita tra fiamme. Nel pronao sono affrescati, a monocromo, Angeli e due simboliche figure della Religione e della Penitenza. Nella lapide è trascritta la pena, fissata dal vescovo Bascapè per chi avesse recato danno, con sfregi e scritte, alle opere d’arte del Sacro Monte. Grottesche e medaglioni decorativi ornano i sottarchi del pronao.

L’edificio fu costruito nell’ultimo decennio del Quattrocento all’ingresso del Monte. Conteneva in origine la scena lignea di Cristo che porta la Croce. Era detto Chiesa Nera per il colore scuro con cui erano dipinte due pareti.
Privo dell’attuale pronao, aveva fronte e accesso nella parete posteriore. Nel 1570, con il finanziamento di Giacomo D’Adda e seguendo l’impostazione del Libro dei Misteri, il vano, dimezzato, contenne l’antica scena di Cristo che porta la Croce e la scena delle Tentazioni.
Nel 1572 veniva chiusa la porta retrostante e aperta un’altra, al centro della parete verso la cappella della Samaritana (14). A tal periodo risale probabilmente la costruzione dell’elegante portico antistante.
Fra il 1576 e il 1580 la cappella della Tentazione era terminata anche negli allestimenti interni.
Nel 1599, a seguito delle disposizioni impartite dal vescovo Bascapè, la cappella veniva ridotta al solo vano contenente la Tentazione. L’antico gruppo ligneo di Cristo che porta la Croce, destinato a essere reimpiegato nell’allora costruenda cappella della Salita al Calvario (36), rifiutato dal Tabacchetti, veniva accantonato e quindi perduto. Nello stesso anno veniva murata l’apertura prospiciente la cappella della Samaritana e veniva realizzata probabilmente da Gaudenzio Ravelli, testimone agli atti contrattuali del 1599, la raffinata grata lignea. Le due statue di Cristo e del Demonio dai piedi caprini, in stucco, sono d’autore ignoto che le scolpì, ispirandosi all’illustrazione del Libro dei misteri fra il 1572 e il 1576.
Nel 1599 la rappresentazione ebbe una nuova sistemazione e venne arricchita degli animali in terracotta, opera probabile del Tabacchetti e di Michele Prestinari (alcuni sono aggiunta ottocentesca). Al Tabacchetti, presente come testimone all’atto del 1599 che affidava la pittura delle pareti e degli animali a Domenico Alfano, è attribuito anche il lavoro di rivestimento con tele gessate delle due statue, già giudicate indecorose dal Bascapè. Il ciclo degli affreschi fu commissionato a Domenico Alfano nel 1599, ma venne eseguito nel 1600 da Melchiorre D’Enrico con la collaborazione del fratello Tanzio, allora agli esordi come pittore. A Melchiorre D’Enrico vanno attribuite anche le due figure della Religione e della Penitenza del pronao.
Di un pittore ignoto della seconda metà del Cinquecento sono le raffinate grottesche dei sottarchi con medaglioni a monocromo.
Nel 1754 fu rinnovata la pietra decorativa della fronte; nel 1876 G. Arienta restaurò gli affreschi del portico e si attuò la sostituzione delle basi delle colonne del portico nel 1929, vennero rifatte le colonne del portico; nel 1946 furono murate le porte laterali del portico; infine nel 1993 è stata eseguita la manutenzione ordinaria delle sculture.

QUATTORDICESIMA CAPPELLA
La Samaritana

Iscrizione: Essendo giunto alla porta della città, gli si fece incontro una donna vedova [...].

La cappella della Samaritana al pozzo venne edificata, come esplicitato dalla lapide in pietra collocata sopra la porta settentrionale di accesso, dai valsesiani residenti in Roma.

L’incontro tra Gesù e la samaritana, che l’evangelista Giovanni descrive nel suo Vangelo, avvenne presso il pozzo di Giacobbe in Sicar-Sichem e il pozzo è l’elemento centrale della composizione scenica, realizzata entro il 1576 con due statue di ignoto scultore.
Gli affreschi che occupano i lati della cappella, attribuiti al pittore Gian Giacomo Testa, datati attorno al 1580, non hanno solo una funzione puramente decorativa ma sono perfettamente coerenti con l’episodio evangelico.
In particolare il campo di grano che campeggia sulla parete traduce visivamente quanto detto da Gesù in risposta ai discepoli che lo sollecitavano a prendere cibo: ”Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura ? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. Si è davanti al testo tradotto efficacemente in immagini.

QUINDICESIMA CAPPELLA
La guarigione del paralitico

Iscrizione: Il Signore gli darà soccorso sul letto del suo dolore. Io dissi: O Signore, abbi pietà di me, perché ho peccato contro di te (Salmo 40,4-5).
Affinché poi sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere in terra di rimettere i peccati, allora disse al paralitico: Levati, prendi il tuo letto e torna alla tua casa. (Matteo, 9, 6).

Alzando lo sguardo attraverso i fori della grata, appositamente pensati allo scopo, si scorgono i quattro uomini che, scoperchiato il tetto della casa in cui la folla si era radunata attorno a Gesù, hanno calato il malato fino davanti a lui che, con mano benedicente, lo sta per risanare.
Con la vivacità cromatica di statue e affreschi, opera rispettivamente di Giovanni D’Enrico (1615-1619) e di Cristoforo Martinolio, Oriundo di Roccapietra e per questo soprannominato il Rocca (1621-1622), viene messo in scena tutto l’episodio nella sua intera dinamicità, per coinvolgere appieno il pellegrino, trasportato da Varallo al villaggio ebraico di secoli addietro.

SEDICESIMA CAPPELLA
Gesù risuscita il figlio della vedova di Naim

Iscrizione: O Signore Dio mio, ti supplico di far tornare l’anima nelle viscere di questo fanciullo. Il Signore ascoltò la voce di Elia, e l’anima tornò entro il fanciullo e lo consegnò alla madre (II Re, XVII, 21-22-23).
(Gesù) si accostò e toccò la bara… E disse: Ragazzo, te lo comando, alzati. Ed egli che era morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo riconsegnò a sua madre. (Luca 7, 14-15)
.

La piccola struttura venne iniziata intorno al 1572 e completata a fine decennio, su finanziamento di Matilde di Savoia marchesa di Pianezza, collocandovi poi nel 1587-1588 le statue, eseguite dal Badarello, e affrescandone le pareti, con intervento del Testa.
Nella contemplazione di questi misteri di sofferenza redenta e risanata, il devoto visitatore vi riportava il dramma del proprio vivere, ricercando nella figura del Cristo la salutare presenza di Dio e sollecitandone, forse, anche l’intervento.
Nella scena di Naim, infatti, vi è descritto l’incontro tra due cortei: quello di Cristo, che con i discepoli sta portando un annuncio di gioia e di liberazione all’uomo, in cammino verso la città di Dio, Gerusalemme, e quello funebre che sta conducendo un giovane alla sepoltura, che procede dalla città degli uomini a quella dei morti; nell’occasione di questo incontro, Cristo si rivela come colui che ha potere sulla morte.

DICIASETTESIMA CAPPELLA
La Trasfigurazione

Iscrizione: Il Tabor e l’Ermon esulteranno nel tuo nome: il tuo braccio è pieno di potenza (Salmo 88, 13-14).
(Gesù) li condusse in disparte su di un alto monte, e si trasfigurò dinanzi a loro. (Matteo 17, 1-2).

All’origine del complesso, sorgeva il tempietto dell’Ascensione, una delle cappelle già esistenti nel 1403, essendo citata nell’atto di donazione ai frati. Al suo interno vi era collocata la riproduzione della Sacra Orma di Cristo, oggi visibile in Basilica sotto il pulpito di destra., e la statua di Gesù successivamente trasferita sulla fontana al centro della piazza maggiore, e ora presso l’altare di san Pietro d’Alcantara sempre in basilica. Successivamente, nel mutato panorama del monte, il luogo fu ripensato come il Tabor. L’attuale edificio varallese venne, infatti, impostato a partire dal 1572, ma ancora nel 1641 la struttura non era giunta al tetto, costruita solo nel 1647, mentre si dovette attendere il 1664 per la realizzazione della lanterna sulla sommità, come coronamento dell’insieme.
Il lungo cantiere ha però restituito una delle cappelle più scenografiche dell’intero percorso, contemplando la quale davvero l’animo è invitato a elevarsi verso l’alto, verso quel cielo da cui, come già al Giordano, risuona potente la voce del Padre, affrescato mirabilmente, nel 1665, dai fratelli Danesi detti i Montalti, originari di Caravaggio. Gli angeli che compaiono tra le nubi recano cartigli con citazioni di salmi e altri passi biblici e reggono i due grandi quadri in cui sono rappresentati la discesa di Mosè dal Sinai con le tavole della Legge, che verranno poi da lui infrante contro il vitello d’oro fabbricato dagli israeliti e l’assunzione di Elia sul carro di fuoco. Si tratta dei più noti episodi della vita dei due personaggi, che simboleggiano la legge e i profeti, venuti nella nube a testimoniare la missione messianica di Gesù.

La Trasfigurazione

Sotto il profilo figurativo la composizione scenica della cappella si ispira alla celebre tela della Trasfigurazione realizzata da Raffaello, ora conservata a Roma presso i Musei vaticani.
Sul monte i tre discepoli (di cui non si conosce l’autore) che contemplano Gesù, tra Mosè e Elia. Questi ultimi personaggi sono stati realizzati nel 1670 dalla mano dello scultore Pietro Francesco Petera di Varallo, mentre in basso è presentata una vivace sintesi di alcuni altri miracoli compiuti da Gesù, in favore di un’umanità ferita che sembra attendere, ai piedi del monte, una redenzione.
I ciechi sulla sinistra, l’ossessa al centro e gli storpi alla destra, con accanto gli altri apostoli: una contrapposizione tra la gloria di Dio e la miseria della condizione umana.

DICIOTTESIMA CAPPELLA
La Resurrezione di Lazzaro

Iscrizione: Ecco io aprirò le vostre tombe, e vi trarrò dai vostri sepolcri (Ezechiele 37, 12).
(Gesù) a gran voce gridò: Lazzaro, vieni fuori. E subito il morto uscì (Giovanni 9,43-44).

La cappella della resurrezione di Lazzaro fu messa in opera tra il 1576 e il 1580 seguendo le indicazioni dell’Alessi e già pochi anni dopo, nel 1583, era stata completata con le statue da parte di Bartolomeo Badarello.
In primo piano Maria, che si volge supplice a Gesù. Accanto a loro Marta. I loro sguardi e i loro gesti sembrano comunicare quelle parole che l’evangelista Giovanni riporta sulla loro bocca: ”Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”.

DICIANNOVESIMA CAPPELLA
L'entrata in Gerusalemme e la porta aurea

Iscrizione: Ecco verrà il tuo re, il Giusto e il Salvatore, egli stesso povero e sedente su di un’asina con accanto un asinello figlio dell’asina (Zaccaria 9,9).
Condussero un’asina e il suo asinello e stesero sopra di essi i loro mantelli, e ve lo fecero sedere sopra. (Matteo 21, 7).

La diciannovesima cappella contiene la descrizione del festoso corteo che accompagnò Gesù nella sua entrata in Gerusalemme.
Edificata tra il 1572 e il 1580, è situata ai piedi della salita che conduce il pellegrino alla parte più alta del monte, su cui, fin dalla fase iniziale del complesso sotto la guida del Caimi, fu organizzata la riproduzione dei più importanti santuari della Città Santa. Fu programmata dall’Alessi nel contesto del nuovo in pianto del monte.
Le sedici statue sono in parte di stucco rivestito in terracotta, in parte di terracotta. Le fronte di albero di olivo e i rami sparsi sono realizzate in lamierino intagliato a mano e dipinto. L’originaria scena, modellata con probabilità da Bartolomeo Barello di Campertogno venne poi integrata con sculture di Giovanni D’Enrico.

Porta Aurea

Introduce alla città di Gerusalemme. Costruita nel 1723 dall’architetto Giovanni Battista Morondi, nello stesso anno veniva dipinta con scene dell’antico testamento dal Borsetti: era affrescata soprattutto la scena dell’ingresso a Sion dell’Arca dell’Alleanza. In essa erano contenute le tavole della legge, il bastone di Aronne e della manna.

VENTESIMA CAPPELLA
L’Ultima Cena

Iscrizione: La sapienza ha immolato le sue vittime, ha miscelato il vino e ha imbandito la tavola.
Quando fu l’ora, Egli si mise a tavola e i dodici Apostoli con Lui, ed Egli disse loro: Ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima del mio partire (Luca 22, 14-15).

Sulla parete di sinistra è raffigurata la lavanda di piedi. Venne realizzata, con la costruzione del portico nel 1776 per ospitare l’antico gruppo ligneo. In origine la cappella della Cena con le sue sculture sorgeva alle spalle della chiesa vecchia (oggi albergo del pellegrino).

Ultima cena

Le sedici statue, manichini di legno rivestiti di tele gessate e dipinte, sono tra più antiche del monte, opera di ignoto autore.
Di straordinaria ricchezza la tavola imbandita, con pezzi in terracotta, terracruda, legno, marmo, cera soffiata, carta pesta eseguiti tra il 1500 e il 1800. Giovanni Antonio Orgiazzi nel 1778 dipinse, in elegante stile rococò la decorazione pittorica.

VENTUNESIMA CAPPELLA
Gesù nell'orto degli ulivi

Iscrizione: Il mio cuore è profondamente turbato dentro di me: e il terrore della morte si è impossessato di me (Salmo 54,5).
Caduto in agonia, pregava più intensamente. E il suo sudore divenne così come gocce di sangue scorrenti in terra (Luca 22, 43-44).

All’interno dello spazio ridotto 3 statue realizzate da Giovanni D’Enrico illustrano l’episodio, secondo quando riferito dall’evangelista Luca: ”inginocchiatosi, pregava: Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”.
Da osservare sulla sinistra la statua di San Carlo Borromeo in preghiera a ricordo delle sue prolungante preghiere presso la cappella.

VENTIDUESIMA CAPPELLA
Gesù sveglia gli apostoli

Iscrizione: Andrò a vedere coloro che dormono e illuminerò tutti quelli che sperano nel Signore (Ecclesiaste 24,45).
Alzatosi dalla preghiera e tornato ai discepoli, li trovò addormentati per la tristezza. E disse loro: Perché dormite? Alzatevi e pregate per non cadere in tentazione (Luca 22, 45-46).

La realizzazione della cappella è opera di Giovanni D’Enrico nel 1608 – 1612 che plasmò le statue dipinte dal fratello Melchiorre. La sistemazione dell’attuale scena risale al 1863. L’affresco sulla parete di fondo è stato dipinto da Paolo Emilio Morgari nel 1865. Illustra le parole di Gesù agli apostoli: ”Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina”. Introduce bene alla cappella successiva.

VENTITREESIMA CAPPELLA
La cattura di Gesù

Iscrizione: Molti cani mi circondarono: un concilio di maligni mi assediò (Salmo 21,17).
Quindi la corte e il tribuno, e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù e lo legarono (Giovanni 18, 12).

Costruita all’interna del palazzo di Pilato 1618, la cappella fu allestita da Giovanni D’Enrico con 17 statue di varia provenienza e di epoche diverse.

Pietro taglia l'orecchio

Al centro Cristo, che viene afferrato per i cappelli, sulla sinistra gli apostoli che fuggono impauriti mentre, in secondo piano sulla destra si scorge Pietro che taglia l’orecchio a Malco, servo di sommo sacerdote.

In alto, sulla parete di fondo, risaltano due grandi quadri che descrivono due episodi dell’antico testamento, proposti come figure anticipatrici del tradimento e del cattura di Gesù. Quello di destra presenta Ioab, comandante militare dell’esercito di Davide, che uccide a tradimento Amasà, che l’aveva sostituito capo delle truppe quando, dopo la morte di Assalonne, era caduto in disgrazia. Il quadro di destra riporta invece la cattura di Sansone da parte dei Filistei, per essere stato tradito da Dalila.

VENTIQUATTRESIMA CAPPELLA
Gesù al tribunale di Anna

Iscrizione: Porgerà lui stesso la guancia a chi lo percuote (Geremia 3, 30).
Uno dei servi presenti diede uno schiaffo a Gesù. (Giovanni, 18, 22).

È stata l'ultima cappella costruita sul Sacro monte, grazie ai finanziamenti della comunità dei valligiani abitanti a Torino, su progetto dell’architetto di Varallo Giovanni Battista Morondi.
Sulla volta era figurato il Padre eterno circondato da angeli e profeti recanti motti scritturali. Le statue in terracotta sono di Carlantonio Tantardini scultore milanese, originario di Introbbio (Valsassina); già finite nel 1743, non furono messe in opera dall’autore, ma per il loro allestimento scenico nel 1763 si chiamò da Milano lo scultore Elia Buzzi.
Nel 1764 Sigismondo Betti, impegnato anche negli affreschi, procedette alla loro pittura. La statua del pontefice Anna è di Giovan Battista Bernero di Cavallerleone (1776). Gli affreschi sono opera di Sigismondo Betti, professore dell’Accademia Imperiale di Firenze che nel 1763, per convenzione sottoscritta nel palazzo Reale di Torino, s’impegnò con i valsesiani residenti in quella città a eseguirli secondo i disegni presentati.

VENTICINQUESIMA CAPPELLA
Gesù al tribunale di Caifas

Iscrizione: Insorsero contro di me perversi testimoni, e l’iniquità mentì a se stessa. (Salmo 26,12).
Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifas, dove si erano radunati gli scribi e gli anziani (Matteo, 26, 57).

Anche questo edificio si presenta con delle linee architettoniche molto curate. La sua progettazione è molto tarda, se raffrontata alle altre cappelle.
Nel 1617 la costruzione risultava terminata nella sua struttura e si poté procedere alla sua decorazione e al suo completamento collocandovi le statue, opera che fu conclusa nel arco di un decennio, come attestano gli atti di una visita pastorale del 1628.
Le statue sono opera di Giovanni d’Enrico, mentre dipinti sono stati eseguiti nel 1642 da Francesco Martinolio.
Al centro, sotto il baldacchino si vede Caifas, sommo sacerdote in carica al momento della morte di Gesù: è ritratto in tutta la veemenza contro Gesù che gli sta dinanzi col lo sguardo rivolto in basso;ai lati vi è schierato il sinedrio.

VENTISEIESIMA CAPPELLA
Il pentimento di san Pietro

Iscrizione: Ho veduto le tue lacrime (IV Re, 20,5).
E uscito fuori pianse amaramente.(Matteo, 26,75).

È la cappella più piccola dell’intero complesso.
Essa, però, costituisce una tappa molto importante per il cammino spirituale del pellegrino. Fornisce, inoltre, un riferimento concreto al luogo che i pellegrini visitano a Gerusalemme.

Pietro piange il suo peccato

In primo piano sta la statua di Pietro, modellata da Giovanni d’Enrico, che piange il suo peccato. In alto, al di sopra dell’anfratto, un gallo impettito sta per emettere il suo canto.

VENTISETTESIMA CAPPELLA
Gesù al tribunale di Pilato

Iscrizione: Simeone e Levi fratelli, sono bellicosi strumenti d’iniquità. Non entri l’anima mia nel loro consiglio, perché nel loro furore uccisero un uomo (Genesi, 49, 5-6).
Tutti i gran sacerdoti e gli anziani tennero consiglio contro Gesù affinchè fosse mandato a morte. (Matteo, 27,1).

La cappella si inserisce nel grande complesso del palazzo di Pilato dove sono racchiuse otto scene della passione di Gesù.
La realizzazione si colloca tra 1605 e 1608.
Per quando riguarda l'arte figurativa, messa in opera da Giovanni d’Enrico come scultore, e da suo fratello Antonio, il Tanzio, come pittore si deve collocare tra 1610 e 1617.

Sotto il profilo iconografico, sono significative le tre scene realizzate sulla volta della cappella, che il pittore immagina su drappi sostenuti da angeli, raffiguranti altra tanti episodi del profeta Daniele: accusato davanti a Dario, rinchiuso nella torre è condannato alla fossa dei leoni.

VENTOTTESIMA CAPPELLA
Gesù al tribunale di Erode

Iscrizione: Mettiamolo alla prova con gli oltraggi e con la tortura, per conoscere la sua rassegnazione e per sperimentare la sua pazienza (Sapienza 2,19).
Erode lo interrogava con insistenti domande. Ma Egli non rispondeva mai nulla (Luca 23,9).

L’opera venne realizzata intorno 1630 ma le statue (35) opere di Giovanni d’Enrico erano già state posate all'intero nel 1628, mentre il fratello Antonio stava procedendo alla conclusione della parate decorativo.
Lo spazio è occupato da trentacinque personaggi: al centro Erode, seduto sul trono, che si volge con sguardo beffardo verso Cristo che avanza da destra condotto dai soldati.

VENTINOVESIMA CAPPELLA
Gesù al tribunale di Pilato

Iscrizione: Ancora in questo mi oltraggiarono i vostri padri, dopo avermi disprezzato e schernito (Ezechiele, 20,27).
Erode poi con i suoi soldati lo disprezzò e lo schernì. Vestitolo di veste bianca e lo rimandò a Pilato. (Luca 23,2).

Le ventitrè statue sono opera di Giovanni d’Enrico, aiutato dal collaboratore Giacomo Ferro sono fra le ultime opere eseguite dal maestro, allontanatosi definitivamente dal Sacro Monte nel 1640. Gesù è rappresentato con una veste bianca.
Il ciclo pittorico, eseguito soltanto nel 1679 dal pittore di Campertogno Pier Francesco Gianoli presenta diversi elementi simbolici. Sulla parete di fondo, Gianoli realizzò la scena di Giuseppe che viene estratto dalla cisterna, per essere venduto ai mercati.
Nella parte superiore delle pareti laterali sono riprodotte 4 Sibille i cui vaticini sono riferibili alla vita di Gesù. Nel centro della volta è riprodotta una figura volate, che sorregge una colonna, quale simbolico preludio alla cappella successiva, che illustra appunto la flagellazione di Gesù.

TRENTESIMA CAPPELLA
La flagellazione

Iscrizione: Fui flagellato per tutto il giorno. (Salmo 72,14).
Pilato prese Gesù e lo flagellò (Giovanni 19,1)

La flagellazione, già contenuta nell’antico palazzo del Pilato, venne trasferita nella sede odierna nel 1605. Il centro della scena è costituito proprio della figura di cristo legato alla colonna, attorniato da sei statue dei flagellatori.
Sono quasi del tutto scomparsi gli affreschi che ricoprivano le pareti della cappella impostati da Cristoforo Martinolio nel 1620: riproducevano Pilato che assiste la flagellazione Cristo portato alla colonna e poi spogliato delle vesti. Rimangano, nella volta le figure di angeli che recano cartigli con passi della scrittura.

TRENTUNESIMA CAPPELLA
La coronazione di spine

Iscrizione: Uscite, o figlie di Sion, e guardate il re Salomone con la corona, con la quale lo incontrò sua madre (Cantica 3,2).
Intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo. (Matteo 27, 29).

In questo caso la presenza della grata risulta assai funzionale a far convergere lo sguardo, e quindi l’attenzione, sul volto di Cristo, centro tecnico-artistico, ma anche e soprattutto devozionale, di tutta la composizione scenica. Messa in opera tra il 1614 e il 1617, raggiunse un ottimo livello di esecuzione, grazie alla maestria di Giovanni D’Enrico, che modellò le statue, e di Ortensio Crespi, fratello del più celebre Giovan Battista, detto il Cerano, che realizzò gli affreschi della parete di fondo e di quella destra.
Non si conosce invece l’autore del dipinto del lato sinistro, in pessimo stato di conservazione, che rappresenta la cacciata dei Progenitori dal Paradiso terrestre.

TRENTADUESIMA CAPPELLA
Gesù sale la scala del Pretorio

Iscrizione: Gemi tacendo, non osservare il lutto per i morti: sia legata intorno al tuo capo la tua corona (Ezechiele 24,17).
Uscì quindi Gesù portando la corona di spine e il manto purpureo. (Giovanni 19,5).

La cappella venne realizzata inglobando un vano antico sorgente sul piazzale. Nel 1641, alla cappella fornita solo di statue veniva apposta una vetrata.
Delle cinque statue, due in terracotta sono di Giovanni D’Enrico aiutato dall’allievo Giacomo Ferro, 1638-1640 circa, le altre tre sono di legno, qui trasportate dopo il 1628 dall’antica cappella di Cristo spogliato delle vesti e avviato al Calvario (oggi Pietà, cappella 40).
Risalente alle origini del Sacro Monte (1510-1514) il gruppo ligneo, che soprattutto per la statua del Cristo, è stato attribuito al Ferrari.
Il ciclo di affreschi è di Pier Francesco Gianoli di Campertogno (1670 circa).
E’ tradizione che il Gianoli abbia ritratto se stesso e lo scultore nelle figure coperte di mantelli, ai lati della grata. Secondo il Fassola (1671), l’antica cappella inglobata aveva affreschi del Ferrari. La riproduzione della Scala Santa all’interno del più vasto progetto del Sacro Monte Varallese può essere stata suggerita dal viaggio intrapreso a Roma nel 1600 dal vescovo Bascapè a Roma per il giubileo, oppure anche dai fratelli Antonio e Melchiorre d’Enrico, scesi anche loro a Roma in quell’anno.
Certo è che il 16 dicembre 1607 il Bascapè, con una lettera inviata ai fabbricieri del santuario, invita a scrivere a qualche valse siano a Roma, perché invii dettagliate informazioni circa il numero dei gradini che compongono la scala, le loro misure e la loro forma; inoltre il presule ingiunge che ogni paese della valle raccolga offerte per l’acquisto di un gradino. La riproduzione è fedelissima al modello romano, anche in particolari secondari, come quelli relativi alla sacralità di tre gradini (il 2°, l’11°, il 28°), sui quali a Roma si crede di individuare tracce del sangue di Cristo: al Sacro Monte tali scalini sono contrassegnati da una croce.

TRENTATRESIMA CAPPELLA
Ecce Homo

Iscrizione: Lo abbiamo veduto e non aveva bellezza e non abbiamo sentito desiderio di amarlo, così disprezzato e ultimo degli uomini, uomo di dolore che conosce la propria sofferenza (Isaia, 53,2-3).
Uscì quindi di nuovo fuori Pilato e disse loro: Ecco ve lo conduco fuori, perché comprendiate che non trovo alcuna colpa in lui… E disse loro: Ecco l’uomo. (Giovanni 19, 4-5).

In via di compimento nel 1603, l’ambiente venne impostato scenicamente da Giovanni D’Enrico che ebbe la geniale intuizione di giocare il dinamismo della scena su due differenti livelli. Realizzando infatti la balconata sulla parete frontale, poté creare all’interno dell’ambiente uno spazio maggiore per gli altri personaggi.
Dall’alto della loggia, decorata in fronte con pannelli di legno di noce lavorati a finto marmo da Gaudenzio e Bartolomeo Ravelli nel 1621, Pilato indica Gesù, che viene presentato alla folla da due sgherri dal volto feroce.

La statua di Gesù costituisce il punto focale di tutto l’insieme compositivo, verso cui tutto e tutti convergono.
In basso sta il popolo, descritto in realistiche statue, sempre opera di Giovanni D’Enrico coadiuvato dal fratello Melchiorre e già realizzate nel 1610.
Contribuiscono a ampliare la già ricca composizione gli affreschi, eseguiti da Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, tra il 1610, anno in cui gli furono commissionati, e il 1616, quando risultano terminati.
Un evidente esempio di come si sia cercato di creare una continuità del racconto attraverso la comparsa degli stessi personaggi, è costituito dalla figura in statua all’estrema sinistra, che si volge con aggrottata espressione verso il riguardante. Essa è identica a una statua eseguita dal grande maestro valse siano (Ferrari) per la crocifissione, ove la si può osservare sempre collocata all’estrema sinistra. I fabbricieri stessi richedono questa riproposizione di personaggi per conferire maggiore continuità e unitarietà al racconto della Passione.
Ai lati dell’arco, che si apre sotto il balcone e che dilata ulteriormente l’insieme prospettico, sono raffigurati i profeti Geremia e Isaia, dal cui testo è tratto il passo scritturale posto a commento della cappella: ”Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire”.

TRENTAQUATTRESIMA CAPPELLA
Pilato si lava le mani

Iscrizione: Si laveranno le mani sopra la vitella … e diranno: le nostre mani non hanno sparso questo sangue (Deuteronomio 21, 6-7).
Vedendo poi Pilato che non otteneva nulla, presa dell’acqua, si lavò le mani di fronte al popolo, dicendo: Io sono innocente del sangue di questo giusto (Matteo 27,24).

Nel 1608 la cappella era in avanzato stato di costruzione; nel 1617 era architettonicamente terminata, con la statua di Pilato già collocata. Nel 1621 Gerolamo Rocca vi apponeva la vetrata. Probabile opera di Gaudenzio e Bartolomeo Ravelli è la raffinata grata lignea, simile a quella della cappella trentatre.
Le sedici statue in terracotta policroma sono di Giovanni D’Enrico che le andava plasmando nel 1617. La scena scolpita ripropone nello spazio reale i personaggi dello spazio dipinto: a destra in primo piano, il piede della figura dipinta che ha invaso lo spazio reale si è fatto scultura. Gli affreschi sono di Antonio D’Enrico detto Tanzio.

Sulle pareti sono affrescati: la distruzione della città di Gerusalemme, Barabba liberato dal carcere, il sogno di Claudia, moglie di Pilato (a sinistra), angeli che reggono un cartiglio con le scritte: ”Il suo sangue sopra di voi e sopra i vostri figli. Nel fossato ti circonderanno i tuoi nemici”. (soffitto).

TRENTACINQUESIMA CAPPELLA
Gesù condannato alla morte di croce

EPIGRAFE, oggi illeggibile (accanto alla cappella trentacinque)

Indulgenza plenaria concessa da Leone X a chi visiterà questo santuario nelle domeniche di Quaresima, nei giorni di Pasqua e ottava, di Pentecoste e ottava, della natività del Signore e ottava in ciascuna festa di Maria e in quella di S. Francesco d’assisi.
Indulgenza plenaria concessa da Sisto V a chi visiterà le cappelle nel giorno dell’assunzione di Maria, indulgenza plenaria concessa dal sommo pontefice Clemente XII, confermata da Pio VI applicabile a tutti quelli che confessati e comunicati, inginocchiandosi a ogni gradino della scala santa reciteranno un pater ave e gloria riverentemente baciandolo.
Indulgenza di cinque anni e cinque quarantene concessa da Pio VI pel venerdì dopo l’ottava dell’epifania, in quello dopo la domenica di passione nel giorno 4 maggio dedicato alla S. Sindone e 22 settembre sacro a S. Maurizio.
Indulgenza di 140 giorni concessa dal cardinale San Severino vescovo di Novara nel 1507 a chi visita questo santuario nel venerdì santo nei giorni dell’ascensione, di Pentecoste della Natività e Assunzione di Maria.

TRENTASEIESIMA CAPPELLA
La Salita al Calvario

Il percorso lungo il loggiato costituisce una sorta di galleria storica: sono infatti collocati alcuni ricordi di personaggi che hanno segnato la storia del santuario. Una lapide ricorda Giuseppe Candiani di Busto Arsizio, che nel 1878 lasciò una parte della propria eredità per la ristrutturazione delle cappelle. Accanto, un busto marmoreo, realizzato dallo scultore varallese Vanelli, ricorda Samuele Burla di Borgosesia, altro benefattore del complesso. Al viaggiatore inglese Samuel Batler, che con il suo libro Ex voto fece conoscere anche nei paesi d’Oltralpe i santuari dell’area piemontese lombarda, è invece dedicato un altorilievo bronzeo. Un ultimo ricordo è riservato al Pontefice Giovanni Paolo II, pellegrino a Varallo nel novembre del 1984, in occasione del IV centenario della morte di San Carlo Borromeo.

Salita al Calvario

Iscrizioni: Prese la legna per l’olocausto, e la pose sulle spalle di Isacco suo figlio (Genesi, 22, 6).
Ed Egli portando la croce, prese il cammino verso il luogo detto Calvario (Giovanni, 19, 17).


La struttura muraria era terminata nel 1597 quando, tra il gennaio e il marzo, il vescovo Bascapè si rivolge ai fabbricieri fornendo indicazioni sulle modalità per rappresentare il mistero dell’andata al Calvario: ”approviamo bene che vi si ponga…. la Veronica e il Sudario, improntato della faccia del Salvatore, ma non ci si metta Simone Cireneo, né i ladri con le loro croci, né si facciano le Marie et S.Giovanni ove, rivolto il Signore, paia dire: Filiae Hierusalem ma turba di donne con il popolo. Non si manchi di metter qui il mistero d’Isaac che porta la legna che è suo proprio luogo”.
Le cinquanta statue e i quattordici animali in terracotta policroma sono opera dello scultore fiammingo Jean De Wespen detto il Tabacchetti, che tra gli aiuti ebbe probabilmente anche Giovanni D’Enrico. Un ordine del vescovo aveva imposto allo scultore di modellare figure somiglianti a quelle della Crocifissione di Gaudenzio Ferrari.
L’imponente ciclo di affreschi è di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (1602-1616). Sulle pareti dunque gli affreschi: Città di Gerusalemme e il Monte Calvario. Negli stendardi della volta: Abimelech con i suoi soldati taglia e trasporta tronchi per incendiare la torre e il tempio di Sichem; gli esploratori della terra promessa con il grappolo d’uva; Abramo e Isacco avviati al Monte Moria per il sacrificio.

TRENTASETTESIMA CAPPELLA
Gesù inchiodato alla croce

IL COMPLESSO DEL MONTE CALVARIO

Il complesso, edificato sulla soprelevazione rocciosa, già ab origine denominata Monte Calvario, comprende le tre cappelle dell’Affissione alla croce (trentasettesima), della Crocefissione (trentotto) e della Deposizione dalla croce (trentanove). Prima di essere costruita, fu la cappella della Crocifissione, eretta al tempo della piena attività di Gaudenzio Ferrari, forse su suo stesso progetto. Tra il 1637 e il 1641 vennero edificate le due cappelle laterali, progettate da Giovanni D’Enrico e Bartolomeo Ravelli nel 1614. Nel 1852, su progetto di Giacomo Geniani, veniva costruito il loggiato antistante alle cappelle e realizzate le due grandi gradinate. Ciò determinò l’apertura nella cappella della Crocifissione delle due porte d’ingresso.

Iscrizione: Hanno traforato le mie mani e i miei piedi: hanno contato tutte le mie ossa. (Salmo 21,18).
E dopochè giunsero al luogo chiamato Calvario, ivi lo crocifissero (Luca, 23,33).

La costruzione della cappella è da ricondursi all’iniziativa del vescovo Bascapè. Egli, dopo la visita al Monte del 7 aprile del 1603, ingiunge, in una lettera del 4 agosto seguente, di realizzare una scena che rappresenti appunto l’affissione alla croce, da edificarsi tra quella della Salita al Calvario e quella della Crocifissione. Fu iniziata solo a partire dal 1631 e terminata nel 1637.

Le sessantaquattro statue in terracotta policroma sono di Giovanni D’Enrico, largamente aiutato dal collaboratore Giacomo Ferro.
Gli affreschi sono opera del pittore milanese Melchiorre Gherardini (1637-1639).

Sulle pareti sono raffigurati Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso (a sinistra); negli stendardi della volta, Giacobbe riceve dai figli la tunica insanguinata di Giuseppe, il sacrificio di Isacco.

TRENTOTTESIMA CAPPELLA
Gesù muore sulla croce

Iscrizioni: Consegnò la sua vita alla morte, e fu annoverato fra gli scellerati (Isaia 53,12).
E Gesù gettando un grande grido, esclamò: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito. E ciò dicendo spirò (Luca 23,46).

La cappella era in costruzione nel 1520. Le 87 statue in terracotta policroma sono di Gaudenzio Ferrari (1520-1528 circa). In legno, dello stesso Gaudenzio, sono i due ladroni che si divincolano appesi alle croci. In legno, ma risalente all’ultimo decennio del secolo XV, è il Crocefisso, qui trasportato da un’antica cappella soppressa.
Nelle due figure a sinistra si sono indicati i ritratti di Leonardo Da Vinci e di Stefano Scotto, il maestro di Gaudenzio; nella figura a cavallo con la lancia, il Longino.
Gli affreschi sono di Gaudenzio Ferrari.
Sulle pareti sono affrescati l’impiccagione di Giuda e Satana, a destra, sulla volta, avvolto dalle fiamme.
L’uso dello stucco scolpito soprammesso alla pittura, il fuoriuscire dalle pareti di figure scolpite a metà, angolo parete destra, denotano la volontà di compenetrare spazio reale e spazio dipinto. Il principio scenico ideato da Gaudenzio di affidare il ruolo di astanti, di spettatori, agli affreschi, e di attori recitanti il dramma alle sculture, divenne esemplare per tutti i successivi allestimenti delle cappelle.

TRENTANOVESIMA CAPPELLA
La deposizione di Gesù dalla Croce

Iscrizioni: Compiuti i sacrifici a espiazione del peccato, (il sacerdote) lascerà il tempio (Levitico 19,22).
Ecco che un uomo di nome Giuseppe si presentò a Pilato e richiese il corpo di Gesù: e depostolo dalla croce l’avvolse in un lenzuolo (Luca 23, 50-53).


La cappella fu costruita fra il 1632 e il 1639, su progetti di Giovanni D’Enrico e Bartolomeo Ravelli, secondo le direttive impartite dal Bascapè nel 1603 per il nuovo impianto dell’area centrale del Monte. Le statue in terracotta sono di Giovanni D’Enrico, con largo intervento di Giacomo Ferro, specie nel gruppo delle Pie Donne (1639-1640).
Straordinaria opera del D’Enrico è la statua del vecchietto in abiti secenteschi valsesiani con la cassetta dei ferri, forse ritratto di un benefattore della cappella.
Gli affreschi sono di Melchiorre Gherardini detto il Ceranino, che ritrasse se stesso e gli scultori della cappella (parete a destra).
Negli arazzi della volta sono dipinti: Aronne che benedice il popolo (al centro), Mosè che spezza le tavole della legge mentre gli ebrei adorano il vitello d’oro (a destra), il rimorso di Caino (a sinistra).

QUARANTESIMA CAPPELLA
La Pietà

Iscrizioni: Cosparso di aromi, fu riposto in un loculo in Egitto (Genesi 1, 26).
Maria Maddalena e Maria Madre di Giacomo e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. (Marco 16, 1).

esterno

La cappella risale all’ultimo decennio del 1400, e rappresentava, ai piedi del Monte Calvario, la scena di Cristo spogliato e avviato al Calvario.
L’antico gruppo ligneo del Cristo al Calvario venne trasportato nella cappella della salita al Pretorio (cappella 32).

QUARANTUNESIMA CAPPELLA
Deposizione del corpo di Gesù nella Sindone

Iscrizioni: Piangeremo sopra di lui, come si suole piangere per la morte di un primogenito (Zaccaria, 12,10).
Giuseppe, distaccato il corpo dalla croce, lo avvolse in una sindone monda. (Matteo 27, 59).

La cappella, costruita al tempo di Bernardino Caimi, costituì in origine un unico vano a pianta rettangolare con la precedente cappella quaranta. Simile a una grotta, ospitò l’antico gruppo ligneo della Pietra dell’unzione, rimosso dalla cappella nel 1822 e dal 1882 depositato nella Pinacoteca di Varallo.

Nel 1826 lo scultore valse siano Luigi Marchesi, con l’aiuto di Alessandro Petenati, modellava in stile neoclassico, l’attuale gruppo di nove statue in terracotta policroma grazie a finanziamenti di privati.
Sulle pareti è dipinto il ritratto di Sant’Angela Merici (a destra) che visitò il Sacro Monte due volte (1529, 1532).
Nel 1959 Severino Boato, su disegno di Contini, eseguiva la cancellata in ferro battuto.

QUARANTADUESIMA CAPPELLA
L'altare di San Francesco

L’altare, già eretto nel 1491 a spese di Emiliano Scarognini, fu il primo luogo (contiguo all’eremo del Santo Sepolcro abitato in origine dai Francescani), dove officiò Bernardino Caimi. Il vano era corredato da un preziosissimo ciclo di affreschi di Gaudenzio Ferrari, andato perduto. Sull’altare vi era la tavola con San Francesco che riceve le stigmate, dipinta dal Ferrari, tavola che ora si trova in Pinacoteca di Varallo.
L’attuale affresco sull’altare con la Morte di san Francesco è di Pier Celestino Gilardi, eseguito per committenza di Benedetta Totti Durio di Civiasco (1880). Gli ornati sono di Andrea Bonini di Varallo. Il cancello, in ferro battuto, è opera di Giovanni Martinetti (1704).

QUARANTATRESIMA CAPPELLA
Il Santo Sepolcro

Iscrizione: Fu preparata nella pace la sua dimora (Salmo 75,3).
Giuseppe lo depose nel suo sepolcro nuovo, che aveva fatto scavare per sé nella roccia (Matteo, 26,60).

Al di sopra della portina d’ingresso della cappella è scolpita in latino la seguente scritta, che, tradotta, significa: ”Il magnifico signore Milano Scarognino questo Sepolcro con le fabbriche ad esso contigue a Cristo pose nel 1491 il giorno 7 ottobre. Il R.P. Frate Bernardo Caimi di Milano dell’Ordine dei Minori dell’Osservanza ideò i Sacri Luoghi di questo Monte perché qui veda Gerusalemme chi in pellegrinaggio non può andare”.
Al di sotto è la scritta in italiano: ”Facendo orazione san Carlo Borromeo a questo Santo Sepolcro vi è tradizione che da un Angelo gli sia stata rivelata l’ora della sua morte”.
A sinistra, in una nicchia, vi è il teschio del beato Bernardino Caimi con la scritta: ”Il capo del Beato Bernardino Caimi milanese dell’Ordine dei Minori dell’Osservanza di questo sacro Monte inclito fondatore”.
A destra, l’altra nicchia reca la seguente scritta, tradotta, ”Pietra del Santo Sepolcro del Signor nostro Gesù Cristo che è in Gerusalemme e di lì trasportata ed eretta qui a ricordo”.
Gli affreschi, opera settecentesca di Francesco Leva, recano gli stemmi delle famiglie Scarognini e D’Adda.

Il sepolcro di Cristo fu la prima cappella costruita (1491) con l’adiacente, distrutto, Eremitorio, che costituì la prima sede dei francescani sul Monte.
Riproducente nell’impianto e nella struttura l’analogo Sacro luogo palestinese, il Sepolcro presenta due celle contigue.
La prima ha in una nicchia la statua lignea della Maddalena, attribuita a Gaudenzio Ferrari; sopra la portina una lapide reca l’antica scritta: ”Simile e il Santo Sepulcro de Yesu Xristo”.
La seconda cella custodisce la statua lignea del Cristo morto, splendida scultura opera di Gaudenzio Ferrari, adattamento a Cristo morto, di un Cristo Crocifisso, forse proveniente dalla stessa cappella della Crocifissione (cappella trentotto).
Sullo sfondo la vetrata separa il Sepolcro dal settecentesco Oratorio. Gli affreschi sono dei fratelli Bacchetta (1945-1946). In origine il sarcofago di pietra poggiava direttamente sul pavimento e aveva ai lati due sculture lignee di angeli recanti i simboli della Passione. Era sovrastato da un dipinto di Cristo risorto, attribuito a Gaudenzio Ferrari. In questo vano san Carlo orante ebbe il preannuncio della sua prossima fine. Nel 1700 venne costruito l’annesso Oratorio (con conseguente apertura delle due porte), realizzata la vetrata intermedia e modificato il sarcofago di pietra; negli anni 1945-1946 fu rifatta e ingrandita la nicchia della Maddalena con apposizione di una cancellata in ferro battuto (C. Pizzetta, 1947), rifatti in marmo i pavimenti, prima in pietra verde di Alagna, restaurate le statue della Maddalena e del Cristo Morto (fratelli Bacchetta) e rifatto il sarcofago. Nel 2008 è stato restaurato il Cristo morto, riportandone la statua alle origini.