T11 - Consigli pastorali

La scheda per i consigli intende perseguire due obiettivi: sensibilizzare i consigli stessi e farne motore di riflessione e azione verso tutta la comunità. Insieme, questi due passi ci aiuteranno a suscitare una dinamica di conversione personale e comunitaria, per essere fedeli al Vangelo in questo nuovo scenario sociale e culturale.

ATTIRERÒ TUTTI A ME

«Che cosa ci rivela la croce riguardo alla Chiesa, ai popoli e al mondo intero? “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). (…) Ogni fratello e ogni sorella che incontriamo, a qualsiasi nazione, cultura e civiltà appartengano, sono un fratello e una sorella per cui egli ha dato la vita.» (p. 16)

«La trama dell’amore di Dio Trinità dentro la storia riunisce dai confini, senza uniformare od omologare le differenze, facendole cogliere come ricchezza e vibrare come sinfonia.» (p. 20)

> In che modo la vita liturgica e sacramentale, la formazione e la proposta culturale delle nostre parrocchie ci aiutano a contemplare questo disegno di Dio, a renderlo l’origine reale ed efficace della nostra pastorale e della vita di fede dei battezzati?
> Quanto le nostre azioni pastorali e le forme di presenza sul territorio sono per tutti segno profetico di unità e di inclusione intorno alla fede e alla preghiera? Quanto i cantieri e le riforme avviate in questi anni ci spingono in questa direzione? Come il principio della pluriformità nell’unità ci aiuta?
> In questo esercizio di revisione della nostra pastorale, quanto spazio diamo all’ascolto degli altri cristiani? Quanto il confronto con altre fedi e religioni ci stimola a nuove forme di testimonianza della nostra fede?

TEMPO DI METICCIATO PER LE TERRE AMBROSIANE

«Accettare una logica di meticciato significa volere positivamente fare i conti con un incontro di culture e di società così profondo da giungere a toccarci nella carne, nei nostri affetti più profondi e nei nostri desideri fondamentali; (…) Chiede di attrezzarsi per abitare la società plurale capaci di prossimità, di fantasia per accendere forme inedite di buon vicinato, con dentro una voglia di giocarsi anticipando il riconoscimento dell’altro e del bene che l’incontro con lui è per me, per la mia fede, per il futuro della nostra società.» (p. 27)

> Come questo meticciato è già presente nel nostro territorio e nelle nostre comunità? Quali trasformazioni sta innescando? Quanto la pastorale ordinaria si lascia trasformare per diventare segno espressivo di una Chiesa dalle genti?
> Cosa le nostre comunità stanno imparando dai migranti che abitano le nostre terre? Cosa i migranti stanno imparando da noi? Come avviene questo scambio? Da quali realtà (servizi sociali, scuole, comitati di quartiere…) possiamo imparare buone pratiche di convivenza?
> Quali paure e resistenze abitano il nostro territorio e le nostre realtà ecclesiali? Come ascoltarle e farle maturare? Quali buone pratiche possiamo condividere, per mostrare in modo realistico la possibilità di nuovi stili di convivenza?

LA DIOCESI DI MILANO, CHIESA DALLE GENTI

«Il fenomeno della migrazione si presenta come quel kairos che ci permette di rileggere e rilanciare tutto il bagaglio della nostra tradizione ambrosiana, avendolo riletto e purificato alla luce del potere di attrazione universale della croce di Cristo.» (p. 32)

«La presenza dei cattolici di altre nazioni e continenti si presenta come una risorsa (…): si sono accese pratiche di “contaminazione”, forme di meticciato che, sfruttando dimensioni fondamentali dell’esperienza umana (il cibo, la lingua, la festa, il dolore, il bisogno, i legami, il lavoro, il vicinato), hanno di fatto avviato cammini di condivisione che si vanno consolidando, generando nei fatti un “noi” ecclesiale inedito.» (p. 33)

> Come riconosciamo e valorizziamo il volto sempre più universale (cattolico) delle nostre comunità? Quale spazio ha questo volto nei diversi settori della vita pastorale? Come questo volto trasforma anche il ritmo di vita delle nostre comunità parrocchiali, lo stile dei nostri ambienti?
> Quanto abbiamo saputo ascoltare i bisogni spirituali dei fedeli migranti? In che modo la presenza di cattolici di altre nazioni e riti stimola la preghiera e la liturgia?
> Quanto la loro presenza ci aiuta nel riscrivere capitoli fondamentali della pastorale? Come affrontare assieme le questioni di fede oggi più urgenti: vivere una fede incarnata che dà senso al quotidiano; trasmetterla alle nuove generazioni; riscoprire il valore e la bellezza del modo cristiano di vivere le relazioni, l’incontro, la famiglia, il lavoro, la festa?

«Il fenomeno delle migrazioni ha chiesto alla nostra diocesi in pochi anni di apprendere un reale stile ecumenico (…) Ci sentiamo molto stimolati dalla diversa prospettiva a partire dalla quale viviamo l’unica fede cristiana.» (pp. 34-35)

> Come l’accoglienza di comunità e Chiese cristiane nelle nostre strutture e ambienti favorisce la crescita della nostra fede? Cosa stiamo imparando dagli altri cristiani circa la preghiera, la vita comunitaria, l’amore e il sostegno tra noi cristiani, la carità verso il prossimo?
> Come l’ecumenismo ci aiuta nel testimoniare la fede dentro una società secolarizzata? Quali energie ci vengono nella ricerca di linguaggi adeguati per rispondere alle sfide di una cultura e una tecnica in grado di modificare in modo sempre più determinante il nostro quotidiano?
> Quali buone pratiche possiamo offrire come testimonianza alla Diocesi, per essere sempre più “Chiesa dalle genti”?

«Ci è chiesto di portare in modo positivo la nostra fede come contributo a un dialogo che necessariamente va creato e sostenuto nella società plurale, per partecipare alla costruzione del bene comune, operando insieme alle altre esperienze religiose per raggiungere e promuovere una pace che sia il frutto di un incontro che si fa stima reciproca e cammino comune.» (pp. 36-37)

> L’ospitalità e l’accoglienza di persone di fede diversa nei nostri ambienti (oratori estivi, ad esempio) come stimola la nostra fede? Quali vie per un dialogo e una crescita insieme apre? Quali ostacoli e freni sta mettendo in luce?
> Come conteniamo il rischio di una riduzione dei nostri gesti di carità a semplici forme anonime di gestione organizzata del bisogno sociale? Come la nostra azione caritativa sta dando testimonianza di un modo diverso di comprendere la persona nei suoi bisogni e desideri più profondi?
> Quanto la libertà religiosa diviene il punto di partenza del nostro stile di abitare da cristiani le istituzioni e gli spazi che condividiamo come cittadini? Come i tre linguaggi (azioni di carità, cultura e impegno per il bene comune) sono vie di incontro e di dialogo con chi vive una diversa religione e con chi non crede?