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La questione dei nuovi movimenti religiosi

di MASSIMO INTROVIGNE

 

  1. Papa Francesco e le nuove sensibilità spirituali
  2. Questioni di terminologia
  3. Nuove religioni a simbologia cristiana
  4. Nuove religioni di origine orientale
  5. Nuove religioni nate in Occidente per innovazione
  6. Il ruolo delle nuove religioni nello scenario religioso del XXI secolo

 

2. Questioni di terminologia

Questo spirito di discernimento, che implica insieme la vigilanza e la rinuncia a ogni chiusura indiscriminata e pregiudiziale, ci potrà guidare a esplorare la questione dei nuovi movimenti religiosi in genere. Di che si tratta? E quale terminologia è più opportuno usare? La problematica, anzitutto, nasce in ambiente cristiano occidentale; solo in seguito le stesse categorie sono applicate a realtà completamente diverse, per esempio al Giappone. Il termine “nuovi movimenti religiosi” – accompagnato da “nuove religioni” per i gruppi più grandi e più antichi – si afferma negli ultimi decenni, mentre in precedenza si tendeva a parlare piuttosto di “sette”.

La sociologia della religione – fin dal suo sorgere – si preoccupa di definire in termini obiettivi la differenza fra “Chiese” e “sette”. Fino circa al 1970 restano dominanti le distinzioni di Ernst Troeltsch (1865-1923) fra il tipo-Chiesa, un gruppo religioso in armonia con la società circostante; il tipo-setta, un gruppo religioso che contesta la società circostante; e il tipo-mistico, un gruppo religioso che si interessa scarsamente della società, preferendo concentrare la sua attenzione sull’auto-perfezionamento dei suoi membri.

Negli ultimi decenni la situazione sociologica si è andata complicando e ha messo in crisi alcuni presupposti fondamentali della tipologia proposta da Troeltsch.

I movimenti, anzitutto, – come dice il loro nome – si muovono: per esempio i mormoni – certamente “setta”, nel senso di Troeltsch, nel secolo XIX – apparivano nel secolo XX come ormai perfettamente integrati almeno nella loro società statunitense di origine. Dopo la Seconda guerra mondiale si aggiungeva la crescente visibilità di gruppi religiosi di matrice non cristiana, particolarmente orientale, anch’essi popolarmente chiamati “sette”, ma molto diversi dalle “sette” di origine cristiana che erano servite da modello a Troeltsch. Infine, un terzo elemento nuovo era – ed è – costituito dalla cosiddetta “esplosione delle sette” in America Latina, dove tuttavia, nel linguaggio comune per “sette” si intendono soprattutto gruppi protestanti di tipo pentecostale, che in altre regioni del mondo non sono definiti “sette”.

Questi elementi nuovi hanno fatto emergere una serie amplissima di proposte terminologiche da parte di sociologi, di teologi e – in misura minore – di psicologi. Una delle proposte più note era stata formulata nel 1985 da Rodney Stark e da William Sims Bainbridge. I due sociologi americani distinguevano fra “sette”, «gruppi religiosi devianti all’interno di una tradizione non deviante», e “culti”, «gruppi religiosi devianti all’interno di una tradizione deviante».

Così, per esempio, i Testimoni di Geova e i mormoni sarebbero “sette” in quanto adottano il sistema di simboli e molti punti di riferimento di una tradizione «non deviante» come quella cristiana, anche se le loro idee sono considerate “devianti” dagli altri gruppi che si situano all’interno di questa tradizione.

Gli Hare Krishna sarebbero invece un “culto” perché – almeno in Occidente – non solo sono considerati come “devianti” in quanto gruppo, ma la stessa tradizione religiosa – l’induismo – da cui traggono i loro riferimenti e simboli è percepita come estranea ed esotica dalla società circostante.

Recentemente, peraltro, gli stessi Stark e Bainbridge hanno invitato a servirsi di terminologie diverse, perché il dibattito è stato ulteriormente complicato dall’uso di espressioni come “setta” e “culto” in un senso non sociologico o teologico, ma criminologico. Soprattutto dopo i tragici avvenimenti che hanno coinvolto alcuni gruppi definiti “sette” – tra cui, i suicidi-omicidi dell’Ordine del Tempio Solare negli anni 1994, 1995 e 1997, l’attentato al gas nervino compiuto nella metropolitana di Tokyo nel 1995 da seguaci del gruppo neo-buddhista Aum Shinri-kyo, il suicidio di quasi tutti i membri del culto dei dischi volanti Heaven’s Gate nel 1997 a San Diego, in California, e i suicidi e gli omicidi del gruppo “cattolico di frangia” della Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio in Uganda nel 2000 – giornalisti, criminologi e anche alcune commissioni parlamentari europee sono andate alla ricerca di un criterio, o di una serie di criteri, per distinguere fra “sette” pericolose e “nuove religioni” innocue.

Particolarmente in Francia e in Belgio i risultati di queste indagini parlamentari – che hanno insistito sulla nozione, a sua volta vaga, contestata da molti specialisti accademici e difficile da definire, di “manipolazione mentale” (talora usata come sinonimo di quella, ancora più controversa, di “lavaggio del cervello”) – non sono stati giudicati particolarmente soddisfacenti da molti studiosi.

Le liste di “sette” delle commissioni sembravano presentare un certo grado di arbitrarietà.

Altri rapporti europei – pure nati dalle stesse preoccupazioni, e pubblicati negli anni seguenti – come il rapporto della Commissione d’inchiesta parlamentare tedesca, del 1998, e il rapporto di una commissione governativa svedese, pure del 1998 – si sono mostrati assai più cauti, e hanno ritenuto impossibile fissare una linea di demarcazione precisa fra “sette” pericolose e “nuove religioni” legittime.

Senza approfondire qui il merito di queste controversie, è evidente che – in seguito a queste discussioni – la parola “setta” ha assunto, particolarmente in Europa, due diversi significati, che si sovrappongono. A un significato criminologico secondo cui la “setta” è un gruppo religioso (o che si pretende tale) pericoloso, di cui si può dire con un certo grado di probabilità che commetterà reati e crimini di maggiore o minore gravità, fa da pendant un significato di tipo sociologico, secondo cui la “setta” è semplicemente un gruppo religioso le cui idee sono piuttosto diverse rispetto a quelle condivise dalla maggioranza dei consociati. Tutto questo crea notevole imbarazzo presso gli studiosi, e anche rischi per la libertà e la tolleranza religiosa. Quando a uno studioso si chiede se questo o quell’altro gruppo è “una setta”, si vuole in realtà sapere da lui se il gruppo è “pericoloso” o potrà commettere dei crimini. L’intrecciarsi fra significato criminologico e significato sociologico del termine crea qui una pericolosa ambiguità. Se per esempio lo studioso risponde a un intervistatore che i mormoni sono una “setta” – risposta certamente corretta con riferimento alle categorie di Troeltsch, o anche a quelle proposte inizialmente da Stark e Bainbridge – il rischio è che chi lo ascolta si convinca che i mormoni sono un gruppo “pericoloso” o addirittura tendenzialmente criminale, il che è certamente falso.

È per ragioni di questo genere che – mentre i giornalisti, i criminologi e chi desidera mettere in guardia l’opinione pubblica nei confronti dei pericoli delle “sette” continuano a utilizzare questo termine – gli studiosi preferiscono spesso parlare di “nuove religioni” o “nuovi movimenti religiosi”.

Molti chiamano “nuove religioni” i gruppi più grandi e consolidati (come i mormoni o i Testimoni di Geova) – le cui dimensioni superano ormai quelle di un semplice movimento – e invece “nuovi movimenti religiosi” le realtà più piccole, o di origine più recente. Altri usano “nuove religioni” e “nuovi movimenti religiosi” come sinonimi.

Questi termini, naturalmente, non sono del tutto soddisfacenti – alcune “nuove” religioni esistono da oltre cento anni –, ma hanno almeno il vantaggio di mettere tra parentesi la problematica più strettamente criminologica e legale. In questa sede usiamo l’espressione “nuove religioni”, che è più comune in Italia e in alcuni altri paesi (per esempio nel Québec) – mentre nei paesi di lingua inglese prevale new religious movements (“nuovi movimenti religiosi”, appunto), distinguendo – fra le migliaia di movimenti oggi presenti nel mondo – tre grandi “famiglie” e studiandone le evoluzioni più recenti.

 

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