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Le due rivoluzioni russe del 1917

Daniele Semprini  - Itinerari di storia, letteratura, filosofia e arte

Una “piccola cronaca” storiograficamente aggiornata sull’anno “terribile” della Russia del Novecento

cap. 1

Oramai è assodato storiograficamente che l’inizio di un nuovo corso, la svolta decisiva per la Russia si ebbe a partire dal febbraio del 1917 cosicché la Rivoluzione d’Ottobre, pur con le sue conseguenze dirompenti, ne rappresenta solo un tragico sviluppo. Gli scioperi operai alle officine Putilov, che si unirono alle manifestazioni popolari del febbraio del ’17, causate in parte dalla crisi alimentare legata alla guerra in corso, portarono alla fine dello zarismo, con l’abdicazione dello zar Nicola II e con il rifiuto del fratello Michele di succedergli al trono; a marzo si formò un Governo provvisorio guidato dal principe L’vov con una linea politica di stampo liberal democratico dettata dal partito Costituzionale Democratico (i cadetti). I soviet (consigli degli operai, dei soldati e dei contadini, già formatisi al tempo della fallita rivoluzione del 1905) uscirono notevolmente rafforzati dalle manifestazioni di febbraio, specialmente a S.Pietroburgo, e rappresentavano una sorta di governo parallelo che nei mesi successivi avrà un peso rilevante negli sviluppi della situazione politica1. La Russia, dal febbraio del ’17 fino all’ottobre successivo, pur nelle condizioni drammatiche causate dal conflitto in corso, conobbe un periodo di straordinaria libertà, come ebbe a riconoscere lo stesso Lenin tornato in patria dall’esilio svizzero nell’aprile dello stesso anno, libertà che significò, di fatto, una inusitata possibilità di iniziative culturali (nacquero circoli, riviste, giornali) e politiche (i vari partiti agivano in piena legalità), tutte volte a immaginare il futuro del paese e a far proposte per i problemi del presente, cosa che mai si era potuta verificare sotto lo zar e, tanto meno, dopo la Rivoluzione d’ottobre. Vale la pena ribadire che quest’ultima pose fine non al tirannico regime zarista, ma a questo, pur fragilissimo e contraddittorio, periodo di incredibile libertà2. Quattro erano i temi caldi all’ordine del giorno dell’agenda del Governo e dei dibattiti sociali: il primo riguardava la forma istituzionale che la Russia doveva assumere una volta caduto lo zarismo; di fatto si era passati ad una sorta di repubblica con i suoi legittimi organi di potere, tra cui la Duma che rappresentava l’elemento di più chiara continuità con l’ordinamento precedente. Era evidente e condivisa da tutti, tuttavia, la necessità di giungere all’elezione (a suffragio universale, maschile e femminile) di una Assemblea Costituente che desse effettivamente inizio alla nuova fase democratica voluta dal popolo e dai suoi rappresentanti, suddivisi nei vari partiti (Socialdemocratico, Socialista Rivoluzionario, Costituzionale Democratico ed altri minori). La seconda spinosa questione concerneva il peso che la componente operaia poteva e doveva avere all’interno delle fabbriche. I soviet, guidati ancora da una maggioranza socialdemocratica moderata e non bolscevica (almeno fino al luglio del ’17), spingevano per una cogestione delle imprese, senza puntare all’abolizione della proprietà privata, cosa che avrebbe significato un peso determinante dei consigli operai nelle decisioni di tipo economico e produttivo. Il terzo tema, il più rilevante essendo la Russia un paese prevalentemente agricolo, riguardava la proprietà della terra. Il quadro in tale settore era il seguente: c’erano i grandi proprietari terrieri facenti parte dell’antica nobiltà; le riforme al tempo di Stolypin (tra il 1910 e l’11) avevano creato un numero considerevole di piccoli e medi proprietari; infine restavano le terre di proprietà comune delle comunità di villaggio. I socialisti rivoluzionari, che avevano la loro base elettorale nelle vaste campagne russe, da tempo lottavano per una riforma agraria che assegnasse ai contadini tutta la proprietà della terra." 

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