s. Paolo fuori mura

 

La basilica di S.Paolo fuori le mura è situata sulla via Ostiense, a circa 2 Km dalla porta S.Paolo, sul luogo dove la tradizione vuole che Timoteo, discepolo del Santo, abbia sepolto in un'area sepolcrale denominata "praedioLucinae" le spoglie del maestro decapitato in una località lì prossima denominata "ad Aquas Salvias" (l'odierna Abbazia delle Tre Fontane). A conferma di ciò, in prossimità della basilica, tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento fu rinvenuta una necropoli le cui sepolture dimostrano una continuità d'uso dal II secolo a.C. fino al IV secolo d.C. I più antichi edifici funerari sono in prevalenza colombari, a pianta quadrangolare, nelle cui pareti interne sono ricavate piccole nicchie, in file di più piani, per la deposizione delle urne cinerarie, alle quali si affiancarono, progressivamente, le fosse per le inumazioni.

Dall'analisi delle numerose iscrizioni funerarie si può dedurre che le persone qui sepolte appartenessero a classi sociali non molto elevate, come ad esempio liberti imperiali o militari: nella foto 1 possiamo osservare il sepolcreto situato sulla via Ostiense sotto una tettoia antistante la basilica, nel quale vi sono colombari, tombe gentilizie e sepolture individuali. Il divieto imposto nel 257 dall'imperatore Valeriano ai cristiani di tenere riunioni e di andare nei cimiteri ebbe come conseguenza il prudente spostamento dei corpi degli apostoli Pietro e Paolo nelle Catacombe di S. Sebastiano, dove rimasero verosimilmente fino all'età costantiniana, quando, concessa la libertà di professare il cristianesimo, i corpi dei due apostoli tornarono nei loro sepolcri.

L'imperatore Costantino, su suggerimento di papa Silvestro, volle allora costruire una basilica sul sepolcro di Paolo, inaugurata il 18 novembre del 324, naturalmente di dimensioni molto più piccole di quella attuale ed anche orientata in senso inverso, con l'ingresso sulla "via Ostiensis".

Nell'edificazione della chiesa il complesso cimiteriale venne ovviamente sconvolto, ad eccezione della "Confessione", ossia la tomba dove era sepolto il corpo dell'Apostolo, che fu circondata e racchiusa in un cubo di bronzo di 5 cubiti per lato (circa m 1,48).

Attorno a questa protezione fu costruito un secondo contenimento in muratura, chiuso superiormente da una lastra di marmo con l'iscrizione "PAULO APOSTOLO MART". Nell'anno 386 i tre imperatori reggenti Teodosio, Arcadio e Valentiniano II indirizzarono un rescritto al prefetto di Roma Sallustio con l'ordine di creare i presupposti, in accordo con il Senato ed il Vescovo di Roma, per la costruzione di una nuova e più grande basilica in onore dell'Apostolo Paolo, perchè l'antica chiesa costantiniana era divenuta già troppo angusta per accogliere l'alto flusso di pellegrini. I tre imperatori precisarono anche che non si risparmiasse nulla per lo splendore e la magnificenza della costruzione.

I lavori per la nuova basilica procedettero senza ritardi ed il 17 novembre 390 papa Siricio consacrò il nuovo edificio, molto più grande e con la stessa forma e dimensione di quella odierna, anche se poi fu completato 5 anni più tardi sotto l'imperatore Onorio, come ricorda l'iscrizione posta sulla sommità dell'arco trionfale ( al di sopra del busto del Cristo: "TEODOSIUS CEPIT PERFECIT ONORIUS AULAM - DOCTORIS MUNDI SACRATAM CORPORE PAULI".

La nuova basilica fu edificata dall'architetto Ciriade in modo grandioso, a cinque navate suddivise da 80 colonne, 24 delle quali provenienti dalla basilica Emilia. All'esterno fu sistemato un magnifico atrio porticato con una fontana al centro ed i propilei che si allungavano fino alla rive del Tevere. Un primo restauro si ebbe durante il pontificato di S.Leone Magno a causa di un fulmine che lesionò il tetto e fece scaturire un incendio, fatto anche questo ricordato sull'arco di trionfo, stavolta lungo il solenne giro dell'arco trionfale  "PLACIDIAE PIA MENS OPERIS DECUS HOMNE PATERNI - GAUDET PONTIFICIS STUDIO SPLENDERE LEONIS". Il grande arco trionfale di Galla Placidia si apre in fondo alla navata centrale e poggia su due colonne di granito di Montorfano: al centro è raffigurato il busto del "Salvatore" che dietro al capo non ha il solito nimbo crociato, bensì un fascio di raggi luminosi, mentre nella mano sinistra stringe un bastone. Ai suoi lati, in alto, nel cielo cosparso di nuvolette luminose, vi sono i simboli dei quattro evangelisti; in basso, verso il centro, due angeli ad ali distese si inchinano in atto di adorazione, più in basso i 24 vegliardi presentano al Cristo le loro corone e sotto ancora, ai lati, S.Paolo e S. Pietro. In prossimità della basilica sorsero due monasteri, come ricordato in un "praeceptum" di S.Gregorio Magno datato 25 gennaio 604, uno maschile detto di "S.Cesareo ad quatuor angulos", l'altro femminile intitolato a "S. Stefano": riuniti durante il pontificato di Gregorio II, essi costituirono il nucleo del monastero abbaziale di S.Paolo, che per lungo tempo continuò a chiamarsi "Monasterium Ss. Stephani et Caesarii ad S. Paulam". Ai monaci benedettini era affidata la cura dello svolgimento dell'ufficio romano divino sia di giorno sia di notte. La lontananza della chiesa dalla città e soprattutto le ricchezze accumulatevi rendevano la basilica di S. Paolo desiderata meta di scorrerie, come quella dei

Longobardi nel 739 o quella dei Saraceni nell'847: fu per questo motivo che papa Giovanni VIII costruì una cinta muraria attorno alla basilica ed agli edifici circostanti, così da formare un borgo che dal nome del pontefice stesso fu chiamato "Giovannipoli". La cittadella fu talmente ben munita che Enrico IV, assalitala più volte nel 1083 e nel 1084, non riuscì ad espugnarla e quindi rivolse le proprie ire distruggendo il lungo porticato, costruito nell'VIII secolo, che univa la basilica alla "porta Ostiense". Il piccolo stato monastico-feudale divenne ricchissimo perchè nell'XI secolo, durante la violenta lotta tra Papato ed Impero, il monastero fu scelto dalla Curia Romana come antagonista alla potenza dell'Abbazia di Farfa, allora ligia agli imperatori: una bolla di Gregorio VII del 1081 annovera, tra i possedimenti di "Giovannipoli", non solo paesetti e castelli come Fiano, Formello, Morlupo, Civitella, ma anche territori immensi e feudi nei Monti Tiburtini, in Toscana, in Abruzzo o in Umbria.

Verso la fine dell'XI secolo Gregorio VII, già benefattore della basilica e del convento sin dai tempi in cui, ancora cardinale-diacono, ne era amministratore, non solo fece eseguire grandi lavori di restauro nell'edificio ma dotò la chiesa della magnifica porta in bronzo offerta da Pantaleone di Amalfi Comite e fusa a Costantinopoli da Staurachio di Chio: la porta seppure danneggiata dall'incendio del 1823, rimane uno dei più interessanti monumenti dell'arte bizantina dell'XI secolo ed oggi orna la parte interna della Porta Santa.

Ciascuno dei due battenti è diviso nel senso longitudinale in tre strisce, ogni striscia in nove scomparti, nei quali sono rappresentati personaggi e scene del "Nuovo e Vecchio Testamento", accompagnate da iscrizioni esplicative. Nel XIII secolo, quando l'arte a Roma meravigliosamente rifioriva, la basilica si arricchì prodigiosamente di opere d'arte: nel 1205 avrebbe avuto inizio infatti il bellissimo chiostro per opera di quel maestro "Vassallectus" che qualche anno più tardi avrebbe intrapreso l'erezione dell'altro chiostro simile in S.Giovanni in Laterano.

I lavori andarono avanti fino al 1225 e, dopo una pausa di circa 10 anni, furono ripresi da un altro maestro, ugualmente chiamato "Vassallectus", che nel 1240 terminò la magnifica opera. 
Lo spazio interno è circondato da quattro gallerie divise in campate da pilastrini. Ogni campata è formata da quattro archetti retti da colonnine binate di diverso tipo: lisce, ottagonali, intrecciate, a spirale o intarsiate da mosaici. Mentre tre lati sono simili tra loro, il quarto, adiacente alla chiesa, è più ricco e mostra un'esecuzione diversa. Qui le colonnine sono più ornate e sulle basi si trovano piccoli mostri e sfingi. Altri animali fantastici, insieme a motivi vegetali e scenette di vario genere, sono scolpiti tra le ghiere degli archetti, sia nella parte interna che in quella esterna. Sotto il bel fregio un'iscrizione latina con lettere azzurre su fondo dorato corre sui tre lati non adiacenti alla chiesa, che, tradotta, così recita: "Questo luogo, decorato con tanto splendore, raccoglie sante milizie. 
Qui studia, legge e prega la famiglia monastica. Rinchiude i claustrali e perciò si chiama chiostro, dal verbo chiudere. Una pia turba di fratelli che gioisce con Cristo è qui custodita. Questo chiostro è per l'aspetto il più bello dell'Urbe, mentre nell'interno risplende la regola della monastica famiglia. La bellezza del chiostro è tutt'intorno accresciuta dall'oro; supera ogni altro perchè costruito con materiali mirabili. Quest'opera fu iniziata, seguendo l'ispirazione della sua arte, da Pietro, nato a Capua, che poi Roma onorò creandolo cardinale; il resto fu disposto, negli anni in cui fu abate, dalla provvidenziale destra di Giovanni".

Sotto le gallerie sono conservati numerosi reperti provenienti dall'antica basilica o dalla vicina necropoli, come il bellissimo sarcofago romano  con fronte e lati ornati da rilievi che raffigurano "Apollo e le Muse", "Apollo e Marsia" e "Apollo che suona la cetra".

Nel XIII secolo altre opere meravigliose adornarono la basilica, come il magnifico ciborio  eretto nel 1285 da Arnolfo di Cambio. Quattro colonne di porfido con capitelli dorati sostengono l'elegante costruzione: ai capitelli si impostano archi trilobi affiancati da pilastri e colonnine tra le quali si aprono nicchie trilobate in cui sono racchiuse quattro  Navate con ritratti dei pontefici statuette rappresentanti "S. Paolo", "S. Pietro", "S.Timoteo" e "l'abate Bartolommeo", commissionario dell'opera. Nei pennacchi degli archi sono altre figure lavorate a rilievo: "Adamo ed Eva", "Abele e Caino" e "l'abate Bartolommeo in atto di offrire il tabernacolo a S.Paolo". Alla cornice che limita in alto il giro dell'arco trilobo si imposta un timpano triangolare, nel centro del quale due angeli reggono a volo un rosone. Quattro pinnacoletti gotici fiancheggiano i timpani, mentre la sommità della costruzione è coronata da una edicoletta minore con guglia a piramide ed esili torrette ai lati. Ai lati del timpano, alla base dei pinnacoletti laterali, un'iscrizione dice "HOC OPUS FECIT ARNOLFUS CUM SUO SOCIO PETRO", dove si presume che Pietro possa essere il Cavallini, che in quegli stessi anni lavorava agli affreschi della navata. Sotto il ciborio è situato l'altare in marmo bianco con elementi di porfido e tralci di vite in rame dorato. Una balaustra in marmo bianco circonda l'altare, mentre una doppia scala in marmo giallo di Numidia e bronzo conduce alla "Confessione", la tomba di S. Paolo.

 

 

A lato del ciborio è situato il candelabro per il cero pasquale, una vera colonna onoraria alta circa 6 metri, ornata tutta intorno da bassorilievi di stile romanico ispirati alla decorazione dei sarcofagi e che esprimono con mosaicole storie del "Nuovo Testamento". Diviso in più zone da fasce in cui sono incise iscrizioni e le firme dei due marmorari esecutori, il cero fu compiuto dai Vassalletto in un'epoca che si aggira intorno al 1170.

 

 

 

 

 

 

Quattro file di 20 grandi colonne dividono l'interno della basilica in cinque navate: le colonne della navata centrale, larga m 24,60, sono realizzate in granito di Baveno, sono alte m 11 e presentano alla base una circonferenza di m 3,50, mentre i soprastanti capitelli in stile corinzio sono in marmo bianco di Carrara e sostengono una serie di archi a tutto sesto. Famosa la serie di ritratti di tutti i papi che gira sulla trabeazione delle navate e del transetto, 265 tondi a mosaico (compreso quello nuovo ed illuminato di papa Benedetto XVI), la cui serie originale ad affresco è conservata nel museo annesso alla basilica. Nel 1348 un tremendo terremoto colpì Roma e sconquassò la basilica, distruggendo completamente l'intero borgo fortificato (del quale non è rimasto nulla) ed il campanile, subito ricostruito. Numerosi furono gli interventi di manutenzione e restauro nei secoli successivi, in particolare dopo i gravi danni subiti durante il Sacco di Roma del 1527. Un periodo di splendore si ebbe durante i pontificati di Benedetto XIII e Benedetto XIV: il primo volse le sue attenzioni prevalentemente all'esterno, dando incarico all'architetto Antonio Canevari di ricostruire il porticato esterno, crollato il 1° maggio 1724, di risistemare la facciata medioevale a doppio ordine di tre finestre ciascuno ed i 10 Statua di S.Paolomosaici che ricoprivano l'antica muratura. Principalmente all'interno furono rivolte invece le attenzioni di Benedetto XIV, che fece restaurare il mosaico dell'abside e gli affreschi della navata centrale. Durante la notte fra il 15 ed il 16 luglio 1823 la basilica fu duramente devastata da un furioso incendio causato da una disattenzione di alcuni carpentieri che in quei giorni stavano restaurando il tetto. A dare l'allarme fu un certo Domenico Perna che transitava sulla "via Ostiense" con il suo bestiame ma purtroppo non servì ad evitare che la basilica si trasformasse in un cumulo di rovine. 

Dell'antichissima e gloriosa costruzione non rimasero in piedi che il transetto, l'arco trionfale, parte dell'antica facciata ed il chiostro; gli antichi affreschi del Cavallini andarono distrutti, i mosaici dell'abside e dell'arco rimasero gravemente danneggiati e le colonne di pavonazzetto che sorreggevano la navata maggiore calcificarono a causa dell'altissimo calore.

Uno scritto di Stendhal ci fornisce un'idea della tragedia: "Io visitai S. Paolo il giorno dopo l'incendio. Ne ebbi un'impressione di severa beltà, triste quanto la musica di Mozart. Erano ancora vive le vestigia dolorose e terribili della sciagura; la chiesa era ancora ingombra di nere travi fumanti, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano ad ogni istante di cadere. I romani, costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. Era uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto". Dopo pochi giorni morì papa Pio VII, che proprio a S. Paolo era vissuto da monaco, senza ricevere la notizia della sciagura: toccò al successore, Leone XII, l'onere della ricostruzione. Il pontefice, non potendo venire incontro all'enorme spesa, chiese al mondo cattolico un aiuto economico attraverso l'enciclica del 25 gennaio 1825 "Ad plurimas easque gravissimas": fu così che da tutto il mondo arrivarono offerte in denaro ma anche materiali preziosi utili per la ricostruzione.

I danni furono talmente gravi che qualcuno propose di abbattere quel poco che era rimasto in piedi e di ricostruire la basilica ex novo; prevalse invece per fortuna il parere di coloro che vollero mantenere ciò che si era salvato. La ricostruzione fu affidata all'architetto Pasquale Belli, il quale provvide ad immediate opere di puntellamento delle murature pericolanti, nonché alla rimozione ed anche al restauro di alcune opere d'arte. Nel marzo del 1833 al Belli successe Luigi Poletti, affiancato nei lavori dal Bosio, dal Camporese e dal Vespignani. I lavori proseguirono rapidamente tanto che il 5 ottobre 1840 Gregorio XVI poté consacrare l'altare della Confessione, ma fu durante il pontificato di Pio IX, esattamente il 10 dicembre 1854, che la basilica venne consacrata alla presenza di 50 cardinali, 40 arcivescovi e 97 vescovi, i cui nomi sono scolpiti nelle grandi tavole di marmo poste nell'abside.

Tra il 1854 ed il 1874 Filippo Agricola e Nicola Consoni curarono il mosaico sulla facciata , suddiviso in tre zone: la prima, all'interno del timpano, su fondo dorato rappresenta "Cristo benedicente tra gli Apostoli Pietro e Paolo"; la seconda fascia presenta "l'Agnello divino sul monte del Paradiso", dal quale sgorgano i quattro fiumi allusivi ai Vangeli, mentre ai lati 12 agnelli (ossia gli Apostoli) escono dalle città sante e vanno a dissetarsi nelle acque che sgorgano alle falde del monticello; la terza, racchiusa tra le finestre, 12 Campanile e porticoraffigura i quattro profeti maggiori, "Isaia, Daniele, Ezechiele e Geremia".

Dinanzi alla facciata, ornata da dodici colonne di granito rosa di Baveno, venne costruito, tra il 1892 ed il 1928, un grandioso quadriportico disegnato dal Vespignani e realizzato da Guglielmo Calderini. Le 150 colonne di marmo bianco, dal fusto monolitico e con capitelli corinzi, provengono dal lago Maggiore e precisamente dalle cave di Baveno e Montorfano; furono portate a Roma per via d'acqua a mezzo di grandi chiatte che, dal lago, per il Ticino, il Naviglio ed il Po raggiunsero il mare Adriatico e quindi, circumnavigata l'Italia, risalirono il Tevere e scaricarono la loro preziosa merce proprio dinanzi alla basilica: il trasporto richiese ben 4 anni. I lati del quadriportico misurano 70 metri di lunghezza e sia quello a nord che quello a sud sono chiusi, all'esterno, da una muratura rivestita di travertino.

 

 

 

 

Il lato ad ovest, al fine di consentire la vista della facciata, è colonnato e le 13 colonne sostengono capitelli in stile corinzio. Al centro del quadriportico è situata la statua di S.Paolo, scolpita da un solo blocco di marmo di Carrara dallo scultore Giuseppe Obici e rappresenta l'Apostolo avvolto in un mantello che gli copre il capo, nella mano sinistra tiene una spada sguainata contro il petto e nella destra abbassata stringe ilibri simbolo della dottrina.

 

 

 

Nel nartece, ornato da un soffitto a riquadri poligonali, sono situati i tre accessi alla basilica.

 

 

 

 

Le edicole affiancate da semicolonne con capitelli occupano gli spazi fra gli ingressi, nelle quali vi sono le statue di S.Paolo, a destra, e di S.Pietro a sinistra, eseguite in marmo bianco da Gregorio Zappalà. L'ingresso a destra è la Porta Santa con la sopra menzionata porta bizantina, mentre la grande porta bronzea centrale presenta una Croce evidenziata da un lungo tralcio di vite realizzato in agemina di argento cui sono appesi degli ovali. All'interno di questi sono realizzate le immagini degli Apostoli ed i simboli degli Evangelisti. La porta è fiancheggiata da lesene con busti di angeli ed è sovrastata da un timpano contenente un tondo con la raffigurazione della testa di S.Paolo. La controfacciata è ornata da 6 grandi colonne in alabastro alte 8 metri che furono donate a papa Gregorio XVI dal vicerè d'Egitto Mohamed Alì nel 1840: le due centrali sostengono l'architrave sul quale, sorretto da due angeli inginocchiati, vi è il grande stemma marmoreo di Pio IX.

 

          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il campanile, ricostruito di nuovo, fu progettato dal Poletti stesso ed innalzato intorno al 1840 non più a lato della facciata come quello precedente ma situato nella parte posteriore della basilica, in asse con l'abside. Il campanile, ultimato soltanto nel 1860, presenta cinque piani, anche se i primi due, a pianta quadrata, costituiscono il basamento degli altri tre, rispettivamente a pianta quadrata, ottagonale e circolare. Il secondo piano è ornato da due orologi situati sulle facciate poste a nord e a sud. Dodici semicolonne con capitelli dorici ornano le facciate del terzo piano, mentre semicolonne con capitelli ionici ornano il quarto piano; un tempietto circolare, monoptero con sedici colonne con capitelli corinzi, costituisce l'ultimo piano, al di sopra del quale è situato il globo sormontato dalla croce. Il campanile custodisce ben sette campane, quattro delle quali appartenenti alla precedente basilica. I guai della basilica non finirono qui perchè il 23 aprile 1891 lo scoppio della polveriera del Forte Portuense mandò in frantumi le vetrate a colori eseguite da Antonio Moroni nel 1830: al loro posto furono sistemate sottilissime lastre di alabastro donate da re Fuad I d'Egitto. 

Sul fianco sinistro della chiesa si apre un ingresso che immette nella navata trasversa ed è preceduto da un portico sostenuto da 12 colonne, 2 di cipollino e 10 di marmo imezio: queste appartenevano all'antica basilica teodosiana, come evidenziato sulla sommità del fusto della prima colonna di destra della fila interna da un'iscrizione che dice: "SIRICIUS EPISCOPUS TOTA MENTE DEVOTUS", chiaro riferimento a papa Siricio che nel 390 consacrò la basilica. Superato l'ingresso ci troviamo immediatamente nella navata trasversa, ornata, ai due estremi, da due grandiosi, decorati con malachite verde e lapislazzuli turchini, donati da Nicola I di Russia a papa Gregorio XVI; i quadri che sovrastano i due altari furono dipinti dall'Agricola, quello di destra, e rappresenta "l'Assunzione della Vergine", mentre quello di sinistra rappresenta "La Conversione di S.Paolo" e fu dipinto dal Camuccini.

 

 

La facciata dell'arco trionfale rivolta verso questa navata riporta alcuni frammenti degli antichi mosaici della facciata: nel centro il Cristo in un clipeo portato in trionfo da due angeli; ai lati i simboli di S.Marco e S.Luca e le figure di S.Pietro e S.Paolo.

 

 

Dinanzi all'arco si trova l'abside, al centro del quale sono situate quattro colonne scanalate in marmo di Frigia, al di sopra delle quali vi è una ricca trabeazione. Fra le due colonne centrali, sopraelevata su cinque gradini, vi è la cattedra pontificia in marmo bianco dove, su fondo dorato, vi è la raffigurazione della "Consegna delle Chiavi", bassorilievo del Tenerani.

Al di sopra, nella nicchia, vi è l'affresco di Vincenzo Camuccini raffigurante "S.Paolo rapito al terzo cielo".

Il grande mosaico dell'abside risale al XIII secolo e fu compiuto in sostituzione dell'antico risalente al V secolo, danneggiato dalle ingiurie del tempo. Il mosaico si divide in due zone: nella parte superiore è raffigurato il "Cristo, circondato da S. Pietro, S. Paolo, S. Andrea e S Luca", che, assiso in trono, benedice con la destra e con la sinistra stringe un libro. Il pontefice Onorio, commissionario dell'opera, è raffigurato in ginocchio, piccolo piccolo, ai piedi del Cristo colossale, ad indicare la sua umiltà. Nella zona sottostante, entro una grande fascia a mosaico, si trova una croce gemmata circondata da due angeli, da dieci apostoli e dai santi Mattia e Marco.

Ai lati dell'abside sono situate quattro cappelle, due per lato. La Cappella dedicata a S.Stefano venne costruita dal Poletti insieme al transetto e fu ornata con l'impiego dei marmi presi in 16 Acquasantieraparte dalla precedente basilica. A pianta rettangolare è ornata con la statua del Santo in marmo bianco, con la palma simbolo del martirio appoggiata contro il braccio sinistro, fiancheggiata da colonne di porfido con capitelli corinzi che sostengono una ricca trabeazione.

La Cappella del Santissimo Sacramento accoglie il Crocifisso in legno, ritenuto del Cavallini, prima situato tra l'altare maggiore e l'abside ma poi collocato solennemente in questa cappella il 5 maggio 1724 da papa Benedetto XIV. In una delle nicchie è collocata la statua raffigurante "S. Brigida", attribuita a Stefano Maderno, perchè, secondo la tradizione, il Crocefisso avrebbe volto il capo verso la santa assorta in preghiera. La Cappella di S. Lorenzo venne costruita tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento e custodisce gli splendidi stalli del coro, disegnati dal Calderini e realizzati dall'intarsiatore Alessandro Monteneri di Perugia, in cui animali fantastici e mostri, che a tutto tondo formano i braccioli, ornano anche gli schienali insieme ad angeli, elementi floreali e di fantasia. Per l'altare Francesco Coghetti aveva dipinto una grande pala con la raffigurazione del "Martirio di S.Lorenzo", poi sistemata in sacrestia. Al suo posto fu collocato un rilievo quattrocentesco proveniente dalla controfacciata dell'antica basilica ed attribuito alla scuola di Andrea Bregno. La Cappella di S. Benedetto fu costruita dal Poletti ed è ornata dalla statua marmorea di "S. Benedetto", raffigurato seduto con il pastorale nella destra e la regola nella sinistra. Tutto intorno corre un alto stereobate rivestito in verde antico su cui poggiano 12 colonne in marmo bigio provenienti da scavi effettuati tra il 1811 ed il 1812 nell'area dell'antica Veio: acquistate da Leone II, furono poste nei magazzini vaticani e poi donate  da Gregorio XVI perchè fossero utilizzate per la ricostruzione.

 

 

 

 

Dinanzi a questa cappella è situata una curiosa acquasantiera di Pietro Galli, allievo del Thorvaldsen, scolpita per la duchessa di Bauffremont ma donata a Pio IX nel 1860, che la fece collocare nel transetto. Un fanciullo sale sui gradini del basamento e protende il braccio destro destro per bagnarsi le dita con l'acqua benedetta, mentre con il sinistro si regge al sostegno della vasca. 

 

 

 

 

 

 

Dall'altra parte del piedistallo si trova il demonio alato, che si copre il volto con il sinistro, sconfitto dal gesto del fanciullo. Al centro della vasca è situato lo stemma bronzeo del papa. Una porta comunica con la "Sala Gregoriana", così chiamata perchè contiene la grande statua raffigurante Gregorio XVI, opera dell'allievo del Canova Rinaldo Rinaldi e qui collocata perchè il pontefice era solito sedersi qui ad ammirare i lavori di restauro della basilica. La porta antistante la statua comunica con la sacrestia, dalla quale si accede ad una piccola cappella nella quale sono conservati alcuni preziosi reliquari come annotava Giovanni Rucellai, pellegrino del 1450: "vedemo nella sacrestia di detta chiesa una Bibbia molto anticha, scripta di mano propria di Sancto Girolamo, et tengolla quelli monaci per reliquia. Et più in decta sacrestia il braccio di Sancto Stefano ed il braccio di Sancta Anna, una croce piccola del proprio legno della Croce di Christo, della polvere di ossa di tutti gli apostoli, una catena di ferro con che Sancto Pagolo venne legato et uno pezo del bastone di Sancto Pagolo et più altre reliquie di sancti".