P08 - Visita alla Pontificia Università Cattolica del Cile

17 gennaio 2018

Signor Gran Cancelliere, Cardinale Ricardo Ezzati,
Fratelli nell’episcopato,
Signor Rettore, Dott. Ignacio Sánchez,
distinte autorità universitarie,
cari professori, funzionari, personale dell’Università,
cari studenti!

Sono contento di trovarmi con voi in questa Casa di Studio che, nei suoi quasi 130 anni di vita, ha offerto un servizio inestimabile al Paese. Ringrazio il Signor Rettore per le sue parole di benvenuto a nome di tutti. E inoltre ringrazio Lei, Signor Rettore, per il bene che fa con il Suo stile “sapianziale” nel governo dell’Università e nel difendere con coraggio l’identità dell’università cattolica. Grazie!

La storia di questa Università si intreccia, in un certo modo, con la storia del Cile. Sono migliaia gli uomini e le donne che, formatisi qui, hanno svolto compiti importanti per lo sviluppo della patria. Vorrei ricordare in particolare la figura di San Alberto Hurtado, in quest’anno centenario da quando egli cominciò i suoi studi qui. La sua vita diventa una chiara testimonianza di come l’intelligenza, l’eccellenza accademica e la professionalità nell’operare, armonizzate con la fede, la giustizia e la carità, lungi dall’essere sminuite, acquistano una forza che è profezia, capace di aprire orizzonti e illuminare il cammino, soprattutto per gli scartati dalla società, soprattutto oggi, quando è in voga questa cultura dello scarto.

A questo proposito, vorrei riprendere le Sue parole, Signor Rettore, quando ha detto: «Abbiamo importanti sfide per la nostra patria, che sono legate alla convivenza nazionale e alla capacità di progredire in comunità».

1. Convivenza nazionale

Parlare di sfide è ammettere che ci sono situazioni che hanno raggiunto un punto che richiede un ripensamento. Ciò che fino a ieri poteva essere un fattore di unità e coesione, oggi esige nuove risposte. Il ritmo accelerato e l’avvio quasi vertiginoso di alcuni processi e cambiamenti che si impongono nelle nostre società ci invitano in modo sereno, ma senza indugio, a una riflessione che non sia ingenua, utopistica e ancor meno volontaristica. Il che non significa frenare lo sviluppo della conoscenza, ma fare dell’università uno spazio privilegiato «per praticare la grammatica del dialogo che forma all’incontro». Poiché «la vera sapienza [è] frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone».

La convivenza nazionale è possibile – tra le altre cose – nella misura in cui diamo vita a processi educativi che sono anche trasformatori, inclusivi e di convivenza. Educare alla convivenza non significa solo aggiungere valori al lavoro educativo, ma generare una dinamica di convivenza all’interno del sistema educativo stesso. Non è tanto una questione di contenuti, ma di insegnare a pensare e ragionare in modo integrante. Quello che i classici chiamavano forma mentis.

E per raggiungere ciò è necessario sviluppare una alfabetizzazione integrale, che sappia adattare i processi di trasformazione che avvengono all’interno delle nostre società.

Un tale processo di alfabetizzazione richiede di lavorare contemporaneamente all’integrazione delle diverse lingue che ci costituiscono come persone, ossia un’educazione (alfabetizzazione) che integri e armonizzi l’intelletto, gli affetti e l’azione, ovvero la testa, il cuore e le mani. Ciò offrirà e consentirà agli studenti a crescere in maniera armonica non solo a livello personale ma, contemporaneamente, a livello sociale. È urgente creare spazi in cui la frammentazione non sia lo schema dominante, nemmeno del pensiero; per questo è necessario insegnare a pensare ciò che si sente e si fa; a sentire ciò che si pensa e si fa; a fare ciò che si pensa e si sente. Un dinamismo di capacità al servizio della persona e della società.

L’alfabetizzazione, basata sull’integrazione dei diversi linguaggi che ci costituiscono, coinvolgerà gli studenti nel loro processo educativo, processo di fronte alle sfide che il prossimo futuro presenterà loro. Il “divorzio” dei saperi e dei linguaggi, l’analfabetismo su come integrare le diverse dimensioni della vita, non produce altro che frammentazione e rottura sociale.

In questa società liquida o leggera, come alcuni pensatori l’hanno definita, vanno scomparendo i punti di riferimento a partire dai quali le persone possono costruirsi individualmente e socialmente. Sembra che oggi la “nuvola” sia il nuovo punto di incontro, caratterizzato dalla mancanza di stabilità poiché tutto si volatilizza e quindi perde consistenza.

E tale mancanza di consistenza potrebbe essere una delle ragioni della perdita di consapevolezza dello spazio pubblico. Uno spazio che richiede un minimo di trascendenza sugli interessi privati ​​(vivere di più e meglio), per costruire su basi che rivelino quella dimensione importante della nostra vita che è il “noi”.Senza quella consapevolezza, ma soprattutto senza quel sentimento e quindi senza quella esperienza è e sarà molto difficile costruire la nazione, e dunque sembrerebbe che sia importante e valido solo ciò che riguarda l’individuo, mentre tutto ciò che rimane al di fuori di questa giurisdizione diventa obsoleto. Una cultura di questo tipo ha perso la memoria, ha perso i legami che sostengono e rendono possibile la vita. Senza il “noi” di un popolo, di una famiglia, di una nazione e, nello stesso tempo, senza il “noi” del futuro, dei bambini e di domani; senza il “noi” di una città che “mi” trascenda e sia più ricca degli interessi individuali, la vita sarà non solo sempre più frammentata ma anche più conflittuale e violenta.

L’Università, in questo senso, vive la sfida di generare, all’interno del proprio stesso ambito, le nuove dinamiche che superino ogni frammentazione del sapere e stimolino una vera universitas.

2. Progredire in comunità

Da qui, il secondo elemento molto importante per questa casa di studio: la capacità di progredire in comunità.

Mi ha rallegrato sapere dello sforzo evangelizzatore e della gioiosa vitalità della vostra pastorale universitaria, segno di una Chiesa giovane, viva e “in uscita”. Le missioni che realizzate tutti gli anni in diverse parti del Paese sono un punto forte e molto arricchente. In queste occasioni, voi riuscite ad allargare l’orizzonte del vostro sguardo e ad entrare in contatto con varie situazioni che, aldilà dell’evento specifico, vi lasciano mobilitati. Il “missionario” – nel senso etimologico della parola – infatti non ritorna mai dalla missione uguale a prima; sperimenta il passaggio di Dio nell’incontro con tanti volti, che non conosceva, che non gli erano familiari oppure che gli erano lontani.

Queste esperienze non possono rimanere isolate dal percorso universitario. I metodi classici di ricerca sperimentano certi limiti, tanto più quando si tratta di una cultura come la nostra che stimola la partecipazione diretta e istantanea dei soggetti. La cultura attuale richiede nuove forme capaci di includere tutti gli attori che danno vita alla realtà sociale e quindi educativa. Da qui l’importanza di ampliare il concetto di comunità educativa.

La comunità deve affrontare la sfida di non rimanere isolata da [nuove] forme di conoscenza; come pure di non costruire conoscenza al margine dei destinatari della stessa. È necessario che l’acquisizione della conoscenza sia in grado di generare un’interazione tra l’aula e la sapienza dei popoli che costituiscono questa terra benedetta. Una sapienza carica di intuizioni, di “odori”, che non si possono ignorare quando si pensa al Cile. Così si produrrà quella sinergia così arricchente tra rigore scientifico e intuizione popolare. La stretta interazione reciproca impedisce il divorzio tra la ragione e l’azione, tra il pensare e il sentire, tra il conoscere e il vivere, tra la professione e il servizio. La conoscenza deve sempre sentirsi al servizio della vita e confrontarsi con essa per poter continuare a progredire. Di conseguenza, la comunità educativa non si può limitare ad aule e biblioteche, ma deve tendere continuamente alla partecipazione. Un tale dialogo può essere condotto solo da un episteme capace di assumere una logica plurale, quella cioè che fa propria l’interdisciplinarità e l’interdipendenza del sapere. «In questo senso, è indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali. Non sono una semplice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i loro spazi».

La comunità educativa porta in sé un numero infinito di possibilità e potenzialità quando si lascia arricchire e interpellare da tutti gli attori che compongono la realtà educativa. Ciò richiede uno sforzo maggiore in termini di qualità e di integrazione. Infatti, il servizio universitario deve sempre puntare ad essere di qualità e di eccellenza poste al servizio della convivenza nazionale. Potremmo dire che l’università diventa un laboratorio per il futuro del Paese, perché sa incorporare in sé la vita e il cammino del popolo superando ogni logica antagonistica ed elitaria del sapere.

Un’antica tradizione cabalistica racconta che l’origine del male si trova nella scissione prodotta dall’essere umano quando mangiò dell’albero della scienza del bene e del male. In questo modo, la conoscenza acquistò un primato sulla Creazione, sottoponendola ai propri schemi e desideri. Sarà la tentazione latente in ogni ambito accademico, quella di ridurre la Creazione ad alcuni schemi interpretativi, privandola del Mistero che le è proprio e che ha spinto generazioni intere a cercare ciò che è giusto, buono, bello e vero. E quando il professore, per la sua sapienza, diventa “maestro” allora è in grado di risvegliare la capacità di stupore nei nostri studenti. Stupore davanti a un mondo e un universo da scoprire!

Oggi la missione che vi è affidata risulta profetica. Siete chiamati a generare processi che illuminino la cultura attuale proponendo un umanesimo rinnovato che eviti di cadere in ogni tipo di riduzionismi di qualunque tipo. E questa profezia che ci viene chiesta ci spinge a cercare spazi sempre nuovi di dialogo più che di scontro; spazi di incontro più che di divisione; strade di amichevole discrepanza, perché ci si differenzia con rispetto tra persone che camminano cercando lealmente di progredire in comunità verso una rinnovata convivenza nazionale.

E, se lo chiederete, non dubito che lo Spirito Santo guiderà i vostri passi affinché questa Casa continui a dare frutti per il bene del Popolo del Cile e per la Gloria di Dio.

Vi ringrazio ancora per questo incontro, e vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me.