T20 - Amministratori locali

ATTIRERÒ TUTTI A ME

«Accogliamo il cambiamento in atto come un kairos, tempo favorevole di conversione, per ripensare concretamente il volto della nostra Chiesa ambrosiana, chiamata a incarnare e a mostrare in modo più profondo il suo essere cattolica, universale. La nostra Chiesa vuole celebrare questo sinodo come momento di rivitalizzazione di uno sguardo contemplativo, che è chiamato a fare da regia a tutto il nostro cammino. È un’occasione provvidenziale per riappropriarci del nostro essere e ripensare la nostra prassi pastorale, sotto lo guida dello Spirito di comunione che unisce in unità popoli diversi per lingua, costumi e provenienza, diventando così più incisiva nella società plurale.» (p. 21)

> Il tempo che stiamo vivendo, caratterizzato dalla complessità e dalla ricchezza del fenomeno migratorio, spinge a rileggere anche il modo di amministrare la cosa pubblica. Alla luce di questi cambiamenti epocali, quali scelte vengono richieste alle amministrazioni comunali e alle istituzioni pubbliche? Come il modo di amministrare risulta trasformato dalla multietnicità? In quali forme?

TEMPO DI METICCIATO PER LE TERRE AMBROSIANE

«Lo straniero è il diverso per antonomasia e ciò che è diverso suscita immediatamente emozioni e, tra le altre, una molto precisa: la paura. La paura è reale: per noi italiani, emigranti fino all’altro ieri e tornati a emigrare in questi ultimi anni, è la paura di vedere vacillare quel margine di sicurezza e benessere faticosamente conquistato; è la paura di vedere sventolare davanti ai propri occhi la condizione in cui potremmo ricadere, se condividiamo benessere e sicurezza con altri. Per i “già arrivati” è la paura che i nuovi arrivati conquistino la propria fetta di benessere presumendo che ciò avvenga senza fatica da parte loro, facendo magari retrocedere gli sforzi compiuti per “distanziarsi” dalle rappresentazioni negative circa lo straniero. Per i “nuovi arrivati” è la paura ancora cucita sulla propria pelle per quanto lasciato e per il viaggio intrapreso, nonché per le numerose incertezze del futuro, appesantite dal sentirsi poco riconosciuti da un mondo molto competitivo ed esclusivo. La paura non va banalizzata, né sottovalutata: soprattutto nel suo potere aggregante contro qualcuno o qualcosa.» (pp. 24-25)

> In una società eterogenea come quella contemporanea, l’incontro tra culture diverse spinge a interrogarsi sulle nostre capacità di dialogo e di ascolto. Quali sono i sentimenti e le emozioni che nei nostri Comuni vediamo emergere nei cittadini italiani verso gli stranieri?
> Quali sono le difficoltà che cogliamo negli stranieri che vivono nei nostri territori? Soprattutto nei più poveri che accedono ai servizi sociali, quale percezione hanno delle comunità ospitanti?
> Quali timori sorgono anche negli amministratori? Come la necessità di raccogliere il consenso per poter governare la cosa pubblica si misura con l’accoglienza dello straniero?

«La paura va accolta, compresa e, attraverso la conoscenza e la consapevolezza, va attraversata e lentamente superata. Oltre un quarto di secolo fa, in una città resa inquieta dalla presenza di poche migliaia di “forestieri”, il cardinale Martini parlava dell’immigrazione come di un’occasione “profetica”: una sfida che la nostra società era chiamata ad accogliere con spirito positivo, trovando in essa il modo per rigenerarsi salvando il meglio della propria tradizione democratica. Con straordinaria lungimiranza, i pastori di Milano che si sono succeduti in questi decenni ci hanno più volte aiutato ad aprire il nostro sguardo per osservare come sui migranti stranieri spesso si scarica l’insoddisfazione per i problemi che non sappiamo risolvere, indicandoli come gli autentici poveri tra i più poveri, che non possono non sollevare questioni che ci appaiono drammatiche.» (p. 25)

> Quale ruolo possono avere le amministrazioni comunali nel rendere l’immigrazione un’opportunità di crescita culturale ed economica per tutta la comunità? Quali scelte amministrative sono segno espressivo di una società plurale?
> Dove ci accorgiamo che il cambiamento ha reso inadeguate forme di presenza e linguaggi delle nostre istituzioni, dentro la società?

«Assumere il meticciato come strumento significa assumere uno stile di confronto e di apertura per abitare la trasformazione che le terre ambrosiane stanno conoscendo. Chiede di attrezzarsi per abitare la società plurale capaci di prossimità, di fantasia per accendere forme inedite di buon vicinato, con dentro una voglia di giocarsi anticipando il riconoscimento dell’altro e del bene che l’incontro con lui è per me, per la mia fede, per il futuro della nostra società.» (p. 27)

«La tradizione ambrosiana ha saputo inventare tanti modi per accompagnare il cambiamento che viviamo: ne è segno l’intraprendenza di tante associazioni e l’impegno di tanti gruppi, come pure le forme di collaborazione con le istituzioni e le amministrazioni pubbliche.» (p. 28)

> Quali buone pratiche nel mio territorio promuovono l’integrazione del migrante?
> Con chi condividere questo processo di rinnovamento? Come amministrazione comunale sento vicine le parrocchie, le associazioni e i movimenti nel percorso di accoglienza?
> Quali sono le esperienze nate dall’incontro tra culture diverse nei nostri comuni? Quali risposte stanno dando i cittadini del nostro territorio nell’affrontare la sfida dell’immigrazione? Quali passi stanno muovendo i migranti nel processo d’integrazione?
> Come ci si preoccupa di coinvolgere il mondo giovanile nel rapporto con i migranti, nella condivisione dei loro bisogni?

LA DIOCESI DI MILANO, CHIESA DALLE GENTI

«Tanti migranti, giunti nelle terre ambrosiane per motivi economici e politici e non primariamente religiosi, appartengono a religioni antiche ma che per noi risultano nuove, come l’Islam. Le nostre comunità hanno così imparato in pochi anni a vivere dentro un contesto sociale che si è trasformato, adattandosi non senza fatiche a questa presenza religiosa plurale. Il pluralismo religioso già conosciuto in altre parti del continente europeo e negli altri continenti sta diventando lo sfondo al ritmo quotidiano della nostra vita ecclesiale, obbligandoci a declinare in modo diverso e più attivo la nostra identità e testimonianza cristiana.» (p. 36)

> Nel nostro Comune sono presenti luoghi per poter fruire di una libertà religiosa veramente reale e concreta?
> Quali sono le resistenze colte nel cercare di garantire luoghi di culto anche per le religioni non cristiane?
> Come favorire una inclusione sociale dei migranti di altre religioni?
> Come favorire dal punto di vista civile un confronto e un dialogo tra persone di diverse religioni, che abbia come fine il bene comune e la promozione di vita buona per tutti?