T19 - Operatori della carità

La Chiesa sollecita tutta la comunità cristiana alla testimonianza della carità. Il Vangelo diventa vita quando si esprime nell’incontro con gli altri a partire dai più deboli. Questo incontro annulla il rischio di un cristianesimo disincarnato. È il senso della presenza e della missione della Caritas: educare le comunità perché l’amore preferenziale per i poveri, esigenza intrinseca del Vangelo, sia un criterio di discernimento pastorale per tutta la vita ecclesiale diocesana. La pluralità delle iniziative caritative delle parrocchie, Caritas, istituti religiosi, associazioni, cooperative, fondazioni, ha bisogno di sfociare in questo obiettivo pedagogico e culturale, a difesa dei diritti inviolabili di ogni persona e dei valori di cittadinanza universale, che sappia diffondere un nuovo modo di sentire la vita e di comprendere il tempo presente.
L’arrivo di tanti fratelli da ogni parte del mondo può favorire questo compito, attraverso la promozione di una visione dell’umanità come di una sola famiglia umana la cui vocazione è amare come Dio Padre ci ama in Cristo. La Chiesa, promuovendo questo progetto di Dio, diventa luogo di fraternità e di cultura della vita. La carità, che sta dentro la vita di oggi, può e sa trasformare il presente.
La presenza dei migranti nelle nostre comunità ci provoca come cittadini, che riconoscono l’immigrazione come un fenomeno che non va affrontato solo con l’assistenza, ma con la giustizia, per rimuoverne le cause; ci interpella come cristiani, per promuovere le condizioni per una convivenza tra le differenze, per un futuro comune basato sul dialogo e sulla pace. Superata la fase più emergenziale, il fedele migrante deve essere visto non più come destinatario di aiuto, ma come attore della pastorale: nei consigli pastorali, nelle liturgie, nei percorsi di catechesi, così come nelle Caritas e nelle opere di carità. Perché possano dare un contributo condiviso alla costruzione di una nuova Chiesa dalle genti!

ATTIRERÒ TUTTI A ME

«Egli ha dato la sua vita per noi, per le moltitudini, per tutti. Ogni fratello e ogni sorella che incontriamo, a qualsiasi nazione, cultura e civiltà appartengano, sono un fratello e una sorella per cui egli ha dato la vita.» (p. 16)
«La consapevolezza dei misteri della nostra fede ci apre al dialogo ecumenico e interreligioso, nella ricerca del bene comune e della solidarietà, sottolineando quanto già ci unisce e favorendo forme costruttive di condivisione.» (p. 19)
«L’incontro con l’altro è un bene per noi, per la nostra fede, per la vita delle nostre comunità, che si vedono continuamente stimolate nella maturazione di una identità cristiana che sappia leggere il presente alla luce di questo disegno salvifico.» (p. 19)

> Nei percorsi delle nostre comunità cristiane quali esperienze di incontro tra persone di lingue e culture diverse siamo riusciti a vivere, favorire, sperimentare?
> Chi sono, o sono stati, i soggetti coinvolti in questo incontro tra diversi? In che misura sono stati incontri della comunità e non solo di singoli incaricati?
> Quali sono gli effetti positivi dell’incontro, quale crescita positiva c’è stata per la vita e la fede delle nostre comunità?
> Quale ruolo si potrebbe avere per far crescere la consapevolezza che siamo un’unica famiglia umana, tutti figli e fratelli e per far crescere l’impegno nel realizzarla concretamente?

TEMPO DI METICCIATO

«Accettare una logica di meticciato (…) significa accogliere la possibilità e accettare che l’incontro con l’altro riscriva le nostre identità, individuali, sociali, culturali.»
«Assumere il meticciato come strumento significa assumere uno stile di confronto e di apertura per abitare la trasformazione. Chiede di attrezzarsi per abitare la società plurale capaci di prossimità, fantasia per accendere forme inedite di buon vicinato, con dentro una voglia di giocarsi anticipando il riconoscimento dell’altro e del bene che l’incontro con lui è per me, per la mia fede, per il futuro della nostra società.»
«In un’epoca di individualismo la fede cristiana è capace di generare stili di vita alternativi, antagonisti, che globalizzano la fraternità e la solidarietà, superando la logica dello scarto e una visione riduttivamente consumistica delle relazioni tra le persone e i popoli.» (p. 27)

> A partire dalle nostre esperienze, comunitarie e/o individuali, riteniamo che l’incontro, confronto, apertura con persone di lingua e cultura diversa abbia portato cambiamenti nei soggetti coinvolti? Il Vangelo diventa in noi principio di una nuova cultura?
> Rispetto sia all’azione diretta con i più fragili, sia all’impegno pedagogico e di educazione alla carità, quali sono i cambiamenti evidenti – di cui siamo stati testimoni e/o coprotagonisti – più significativi come segni di comunione nell’oggi (e capacità di futuro per il cristianesimo e la società)?
> Come le migrazioni stanno facendo maturare l’esigenza di una conoscenza e di una condivisione maggiore delle sorti e dei problemi del mondo? Come ci educhiamo ad assumerci le nostre responsabilità, perché la migrazione possa diventare una scelta e non una soluzione obbligata in mancanza di alternative di vita e di lavoro?

LA DIOCESI DI MILANO, CHIESA DALLE GENTI

«I migranti, che in parecchi casi sono fedeli appartenenti alla Chiesa cattolica, si rivelano come una potenziale e positiva energia che spinge le nostre comunità cristiane a quella conversione pastorale che il contesto generale ci sta imponendo.» (p. 31)

«Ci è chiesto infatti di portare in modo positivo la nostra fede come contributo a un dialogo che necessariamente va creato e sostenuto nella società plurale, partecipando alla costruzione del bene comune, operando insieme alle altre espressioni religiose, per raggiungere e promuovere la pace.» (pp. 36-37)

> Qual è la presenza dei fedeli migranti nelle attività tipiche e ordinarie della pastorale? Quali valori aggiunti ha portato?
> Abbiamo esperienza di progetti/attività/impegni in cui il risultato sia l’esito di una messa in comune delle risorse, potenzialità e pari responsabilità dei migranti? Quali elementi/condizioni hanno favorito questo processo di riconoscimento reciproco?
> L’accoglienza diffusa dei migranti che la Caritas sta promuovendo con il coinvolgimento di molti (cooperative, parrocchie, volontari…) permette e facilita l’incontro con persone di altre culture, confessioni cristiane, religioni. Come valorizzare queste esperienze per contribuire a vincere le paure che attraversano la quotidianità di tanti e fanno andare verso la chiusura del “cuore, delle case, dei confini”?
> Quanto i cristiani sono stati capaci di fare rete tra le varie realtà del territorio impegnate in questa missione, per la promozione della vita buona di tutti? Quanto riusciamo a mostrarci “Chiesa dalle genti”, proprio condividendo tra diversi questo impegno comune?