Milano - s. Ambrogio

NEL CUORE DI MILANO

La basilica di Sant'Ambrogio, il cui nome completo è basilica romana minore collegiata abbaziale prepositurale di Sant'Ambrogio, è una delle più antiche chiese di Milano e si trova nella piazza omonima. Essa rappresenta ad oggi non solo un monumento dell'epoca paleocristiana e medioevale, ma anche un punto fondamentale della storia milanese e della chiesa ambrosiana. E' tradizionalmente considerata la seconda chiesa per importanza della città di Milano.

 

 

 

La basilica gravemente danneggiata
dai bombardamenti del 1943.

 

 

 

Le ricerche archeologiche, collegate ai lavori di scavo per la costruzione di un parcheggio sotterraneo, nell'area accanto alla basilica, iniziate a partire dal 2005 hanno permesso la scoperta di una novantina di tombe riconducibili al cimitero dei martiri, posto al di fuori delle mura romane, di età tardo romana (IV - V secolo d.C.), ritrovate a circa 3.5-4.0 metri di profondità; si tratta di sepolture povere, senza corredo o strutture tombali, segnalate dalla presenza delle ossa.

Architettura

 

 

 

 

La facciata in mattoni con inserti in pietra

 

 

Il materiale di costruzione è povero (principalmente mattoni di diversi colori, pietra e intonaco bianco) e la provenienza è locale: con esso si costruivano anche gli edifici che costellano la campagna dei dintorni.

Rispetto alla chiesa originale, la nuova ereditò scrupolosamente la pianta: tre navate absidate con quadriportico antistante. La pianta interna della basilica è longitudinale e (se si escludono le absidi) ha le stesse dimensioni del portico antistante.

La Basilica di Sant'Ambrogio appare oggi come un caso isolato di modello per il romanico lombardo, poiché altri esempi coevi (come le cattedrali di Pavia, di Novara e di Vercelli) sono ormai andati distrutti o radicalmente trasformati. Di sicuro fu un esempio per i futuri sviluppi dell'architettura romanica nell'area di influenza lombarda che allora superava i confini regionali odierni, comprendendo anche parti dell'Emilia e del Piemonte.

Pur legata alla tradizione della basilica del IV secolo su cui è stata costruita, Sant'Ambrogio è l'espressione di un intenso rinnovamento architettonico, soprattutto nella concezione dell'illuminazione e dello spazio. Da un lato, infatti, la luce proviene principalmente dai finestroni della facciata (mentre i matronei ne bloccano il passaggio laterale), il che determina un suo ingresso longitudinale. L'effetto che ne deriva è l'accentuazione delle masse strutturali, soprattutto al fondo, dove maggiore è l'ombra. D'altro canto, lo spazio non è più concepito al modo paleocristiano, in modo unitario e mistico, ma umano e razionale: di qui, la divisione in spazi geometrici ben definiti, nonché l'esaltazione degli elementi statici (pilastri polistili), tanto all'esterno (le ghiere bicrome del quadriportico e i contrafforti che fuoriescono dalle pareti esterne) quanto all'interno (la differenziazione cromatica degli elementi statici da quelli non statici).

Esterno

La facciata e il quadriportico

La facciata, a capanna è larga e schiacciata, tipica anche dei casali di campagna. Presenta due logge sovrapposte. Quella inferiore ha tre arcate uguali e si ricongiunge con il perimetro interno del portico, pur avendo questo arcate leggermente più alte, ma in maniera visibile, mentre quella superiore ha cinque arcate che scalano in altezza assecondando il profilo degli spioventi. Presenta anche degli archetti pensili, cioè file di piccoli archi a tutto sesto che "ricamano" la cornice marcapiano e gli spioventi.
Il quadriportico, cortile porticato su quattro lati antistante la chiesa, un tempo raccoglieva i catecumeni di fronte alla chiesa. Tuttavia, dai primi anni dell'XI secolo i fedeli venivano ormai battezzati fin dalla nascita, e per questo il suddetto spazio perse la sua funzione originale assumendo un ruolo nuovo, come scoperto dove si radunavano le persone per discutere e ragionare, per assemblee religiose o civili. Dalla loggia superiore della facciata il vescovo dava la sua benedizione ai cittadini, mentre le cariche pubbliche potevano interloquire con la folla.

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                      Il quadriportico

 

 

 

Vi sono presenti eleganti arcate sostenute da pilastri fiancheggiati da semicolonne. Tutte le membrature del portico sono ben evidenziate, anche coloristicamente. Le arcate hanno doppia ghiera, le cornici sono sorrette da archetti pensili analoghi a quelli della facciata, mentre sottili lesene si profilano sulle superfici superiori, dividendole con regolarità.

Nella decorazione dei capitelli sono combinati elementi pre-romanici (come i motivi a intreccio) a soggetti più originali come rappresentazioni di animali o elementi vegetali, con un accentuato senso del volume. Spesso, sull'angolo del capitello è raffigurata una sola testa, dalla quale escono poi due corpi sui rispettivi lati.

Sotto il nartece, tra il portale centrale e il portale della navata di sinistra, si trova il sarcofago di Pier Candido Decembrio, del XV secolo.

Il portale centrale, affiancato da due pilastri polisitili, presenta architrave e archivolto decorati di interessanti decorazioni la cui ispirazione è tratta dai tessuti di provenienza sassanide.


 

La facciata e i due campanili  

 

 

 

Sarcofago di Pier Candido Decembrio

 

 

                     Il  nartece

Il Campanile dei Canonici

Il campanile di destra, detto dei monaci, risale all'VIII secolo e ha l'aspetto austero tipico delle torri di difesa. Quello di sinistra, detto dei canonici, è più alto e risale al 1144. La sua ideazione è probabilmente da attribuire allo stesso architetto che ha progettato la basilica, poiché riprende in verticale gli stessi concetti del quadriportico, mentre gli ultimi due piani sono stati aggiunti solo nel 1889, nella cella è conservato un pregevole concerto campanario di 5 bronzi in tono di Do3 maggiore crescente, fusi nel 1755 dal milanese Bartolomeo Bozzi. I due campanili sono uno degli omaggi più riconoscibili in Italia allo stile transalpino delle doppie torri scalari in facciata, derivato dal Westwerk carolingio.

Il concerto
del Campanile dei Canonici:

La campana minore suona un Sol3 crescente ed è stata fusa nel 1755 da Bartolomeo Bozzi (il suo diametro è di 935 mm). La seconda campana suona un Fa3 crescente ed è stata fusa nel 1755 da Bartolomeo Bozzi (il suo diametro è di 1052 mm). La terza campana suona un Mi3 crescente ed è stata fusa nel 1755 da Bartolomeo Bozzi (il suo diametro è di 1115 mm). La quarta campana suona un Re3 crescente ed è stata fusa nel 1755 da Bartolomeo Bozzi (il suo diametro è di 1253 mm). Il campanone suona un Do3 crescente ed è stato fusa nel 1755 da Bartolomeo Bozzi (il suo diametro è di 1408 mm)

Sul Campanile dei Monaci è presente una campana fusa nel 1582 (nota Sol3, diametro 956 mm) che suona ogni venerdì alle 3 per l'Agonia del Signore.

Interno

L'interno venne strutturato secondo le più avanzate novità d'Oltralpe, con l'uso di volte a crociera a costoloni, nelle quali ogni elemento confluisce in una struttura portante apposita, con un'architettura rigorosa e coerente. In sostanza, ogni arco delle volte poggia su un semipilastro o una semicolonna propria, poi raggruppati nel pilastro a fascio, la cui sezione orizzontale non è quindi casuale, ma legata strettamente alla struttura dell'alzato. Le volte delle navate laterali, con campate di dimensioni pari alla metà del lato di una campata nella navata centrale, poggiano su pilastri minori e reggono i matronei. Questi ultimi occupano tutto lo spazio eventualmente disponibile per il cleristorio: lo sviluppo in altezza ne risulta bloccato ma, coerentemente con lo sviluppo complessivo, la luce si tende lungo l'asse maggiore (la stessa forma plastica dei pilastri polistili è subordinata a questa illuminazione bassa) e passa dalle finestre della facciata (qui, peraltro, filtrata dalle logge) e dal tiburio.

La cupola del tiburio, posta al di sopra della prima campata orientale, è costruita al di sopra di quattro pennacchi doppi che trasformano la pianta quadrangolare in ottagonale.

             

 

  L'altare d'oro di Angilberto (824-859). 

 

 

 

 

Il ciborio

 

 

 

 

 

Il ciborio (preziosa opera del IX-X sec.) si eleva su quattro colonne in porfido.

 

 

 

Le quattro facce cuspidate ospitano delle scene scolpite in stucco raffiguranti Cristo che consegna le chiavi a Pietro ed il Libro a Paolo (verso la navata), S. Ambrogio che alla presenza di Protaso e Gervaso riceve l'omaggio di due monaci (lato posteriore)...                       

...mentre gli altri due lati mostrano scene di omaggio a santa Scolastica e san Benedetto. Una cornice a palmette e tralci circonda tutte le scene.

Capitelli in pietra sormontano le colonne. Al di sopra, trova posto un'aquila ad ali spiegate.

Complessivamente, la luce non risulta diffusa e leggera come nelle chiese paleocristiane ma scarsa, spezzata e fortemente contrastata, la quale non risulta contraddetta neppure dall'aggiunta del tiburio, il quale si limita ad illuminare il cerchio ad esso sottostante.

Nella terza campata, sul lato sinistro, vi è il pulpito, ricostruito nel XII secolo con gli elementi di quello precedente, del IX secolo, e sorretto da colonne con capitelli finemente scolpiti.

In corrispondenza del tiburio, nell'ultima campata della navata centrale, si trova il presbiterio con, al centro, l'altare maggiore, realizzato tra l'824 e l'859 da Vuolvino, con prezioso paliotto aureo in rilievo con pietre incastonate su tutti e quattro i lati. L'altare è sormontato dal ciborio coevo, commissionato dall'arcivescovo di Milano Angilberto II, dal quale prende il nome. Esso poggia su quattro colonne in porfido rosso e presenta, sulle quattro facce, bassorilievi raffiguranti Cristo dà il mandato a Pietro e Paolo (lato anteriore), Sant'Ambrogio omaggiato da due monaci alla presenza dei Santi Gervaso e Protaso (lato posteriore), San Benedetto omaggiato da due monaci (lato sinistro) e Santa Scolastica omaggiata da due monache (lato destro).

Nel catino absidale, si trova un mosaico, ricostruito dopo la seconda guerra mondiale riutilizzando i resti di quello precedente distrutto dalle bombe, risalente al IV secolo ma più volte modificato entro il IX secolo. Al centro vi è il Pantocratore tra i santi Gervaso e Protaso e, ai lati, scene della vita di Sant'Ambrogio.

Il mosaico absidale è il risultato di molti interventi distribuiti nei secoli. Il Cristo centrale risalirebbe all'XI secolo, i medaglioni al di sotto al XII secolo...

Il pulpito

 

 

                                                                                                                                       

                                                                                                                                                               II  pulpito

 


 

Il pulpito è costituito da una cassa in marmo poggiante su una struttura ad archi a sua volta sostenuta da colonnine. Queste struttura è ricoperta da rilievi di notevole importanza per la storia della scultura lombarda.

Lo stile tradizionale costituito da incroci di nastri e racemi e da un rilievo tendenzialmente piatto è qui influenzato da tendenze verso una maggiore plasticità e naturalezza delle forme.

Questo è accaduto probabilmente quando le maestranze lombarde del cantiere milanese sono giunte in contatto con quelle operanti nella padania, in particolare a Parma, nella prima metà del XII secolo.

 

 

 

 

Esempio caratterizzante di questa tendenza è il bellissimo telamone che domina l'angolo del pulpito. Scolpito ad alto rilievo, con la testa che si proietta verso l'esterno e le pieghe della veste che si distendono naturalisticamente sul corpo.

 

 

 

 

 

 Ai lati, due leoni si allontanano con un balzo voltando a testa verso di lui. Il balzo sembra far distaccare l'animale dalla superficie di fondo.

 

 

 

 

 

                                                                  Al di sopra due leoni accucciati condividono una sola testa sullo spigolo.

 

 

 


 

 

Un fregio continuo dove si rincorrono animali avviluppati in tralci vegetali 
percorre in maniera continua tre lati del pulpito formando una specie  di mensola.

 

 

 

 

 

                                                                                   Il fianco occidentale presenta al centro la figura di un angelo che teneva nella destra un oggetto ora perduto.

 

 

 

 

 

 

Sull'angolo sinistro un'aquila afferra un animale, forse una lepre, simbolo di lussuria.
Due mostri alati ne mordono le ali.

 

 

 

 

 

 

Il lato settentrionale del pulpito è più complesso. Continua la decorazione della sezione ad archi da parte dello stesso scultore (il Maestro del Telamone) visto sin'ora ma appare anche l'opera di un secondo artista che ha eseguito in particolare i rilievi della cassa.

 

 

 

 

 

 

Tra le sculture attribuite al primo maestro, molto bella per costruzione è la scena di lotta tra un uomo ed un leone.

 

 

 

 

 

 

Al Maestro della Cena sono attribuiti gli altri rilievi, caratterizzati da un minore senso plastico e da una costruzione meno accurata. 

 

 

 

 

 

I capitelli dei sostegni sono di varie categorie. Alcuni sono figurati, con aquile e leoni rampanti.  

 

 

 

 

 

 

Alcuni hanno una decorazione vegetale che deriva dal tipo corinzio tardoantico.

 

 

 

 

 

 

In un caso il capitello corinzio si esemplifica, le foglie si lisciano
e le volute assumono maggiore importanza.

 

 



 

In due casi al capitello a decoro vegetale si sovrappone un leone stiloforo con l'interposizione di
un sottile strato in pietra il cui bordo è decorato a perline.

Interessanti i grandi baffi dei leoni che li fanno assomigliare ai leoni delle sculture cinesi.

 

 

 

 

A raccordo dell'ambone con il sarcofago sono state inserite quattro lunette scolpite, interessanti per l'esecuzione e l'iconografia. 

 

 

 


 

 

La lunetta di sinistra del lato Ovest è stata interpretata come una raffigurazione parziale dei mesi.
A sinistra sarebbe raffigurato Giugno o Luglio mentre miete il raccolto.

 

 

 

 

A destra Aprile tiene due alberi con le mani.
A destra lo spinario, classico simbolo di Marzo.

 

 

 

 

 

 

Sul lato meridionale una lunetta raffigura una coppia
che si tiene per mano in un rilievo che è stato interpretato come scena nuziale.

 

 

 

 

 

 

 

Molto bello il dettaglio dei volti coperti da copricapi e delle mani che cingono le spalle.

 

 

 

 

 

 

 

L'ultima lunetta raffigura la coppia dei progenitori mentre il serpente sta tentando Eva; a destra una figura intenta a zappare simboleggia la conseguenza della caduta.

 

 

SACELLO DI SAN VITTORE IN  CIEL D'ORO

Ospita la salma di san Vittore il Moro ed è stato voluto dal vescovo Materno. È precedente alla basilica di Sant'Ambrogio. Vittore era un soldato di stanza a Milano per conto dell’imperatore Massimiano che lo punì per non aver abiurato la sua fede cristiana. Accanto al corpo del martire Sant'Ambrogio farà seppellire quello del fratello San Satiro.

La volta del sacello è interamente in oro. Al centro il ritratto di Vittore, in corrispondenza della sua tomba, è circondato da una corona di spighe (estate) e frutti (autunno) simboli pagani del succedersi delle stagioni e quindi dell’eternità. Sui muri laterali della cupola sono raffigurati per intero sei santi: Protasio e Gervasio, i vescovi milanesi Ambrogio e Materno, i martiri Nabore e Felice. Ambrogio è rappresentato in abiti civili; questa immagine è stata probabilmente ripresa da un ritratto fattogli mentre era governatore di Liguria eLombardia. Pur non avendo l'aureola a differenza degli altri santi ha tessere più chiare intorno al capo. Alla base della cupola coppie di colombe con ventiquattro piccoli cammei raffiguranti figure intere di santi.

 

 

Mosaico della cupola del sacello
di San Vittore in Ciel d'oro

 

 

 

Una delle opere d'arte paleocristiana più conosciute e sicuramente di alto valore artistico a Milano è indubbiamente il sacello di San Vittore in Ciel d'Oro.
La piccola cappella ancora oggi visibile venne costruita nel IV secolo dal vescovo Materno per riporvi le spoglie del martire Vittore. Qui, secondo la tradizione, sant'Ambrogio attorno al 375 avrebbe posto la salma del fratello Satiro, premortogli. Con la successiva santificazione di Satiro, il piccolo sacello si trasformò sempre più in una piccola chiesa dedicata al suo culto e venne inglobata definitivamente nella Basilica ambrosiana solo nel '400.
La  rilevanza e la fama artistica di questo ambiente derivano dalla splendida decorazione a mosaico presente sulle pareti e sul soffitto del sacello che risale al V secolo e che raffigura sant'Ambrogio, san Gervaso, san Protaso e san Materno. Per quanto riguarda sant'Ambrogio, quello qui presente è uno dei più antichi ritratti conosciuti del vescovo milanese e come tale esso è considerato il più realistico perché vicino temporalmente all'originale.

 

 

 

 

 

RItratto di Sant'Ambrogio

 

 

 

 

Cripta

 

 

L'attuale cripta, ipogea rispetto all'altare maggiore, venne costruita nella seconda metà del X secolo, durante i lavori di risistemazione dell'area absidale della basilica per meglio accogliere le spoglie dei santi che qui ancora oggi sono venerati: Ambrogio, Gervaso e Protaso.

 

 

 

 

La cripta con i corpi dei santi Ambrogio, Gervaso e Protaso

 

 

 

 

Tracce di una cripta nella basilica sono riconducibili già all'epoca di Sant'Ambrogio in quanto si sa che fu lo stesso santo milanese nel 386 a prelevare i corpi di San Gervaso e San Protaso dalla loro originaria sepoltura e a tumularli solennemente sotto l'altare della nuova basilica, in un sarcofago di marmi pregiati che egli aveva disposto già per la propria sepoltura. I martiri Gervaso e Protaso erano stati sepolti originariamente nel vicino sacello dei santi Felice e Nabore, all'interno del "cimitero ad martyres", sul suolo che sarà poi occupato dalla chiesa di San Francesco grande poi demolita nel XVIII secolo.

Quando sant'Ambrogio morì nel 397 egli stesso venne sepolto di fianco ai due martiri, in una tomba separata, sia perché già in vita aveva goduto di acclarata santità, sia per sottolineare la sua vicinanza ai due santi ai quali egli aveva ridato degna sepoltura.

Delle reliquie si perse in seguito traccia e solo nel IX secolo l’arcivescovo Angilberto II individuò e riconobbe le reliquie e le traslò in un unico sarcofago di porfido, che venne appoggiato sopra le due sepolture precedenti ma con un differente orientamento, anche a seguito degli sviluppi strutturali della basilica.

L’aspetto attuale della cripta è dovuto agli interventi del XVIII secolo promossi dal cardinale Benedetto Erba Odescalchi, arcivescovo milanese, e da quelli ottocenteschi che seguirono al ritrovamento dell'antico sarcofago ed alla ricollocazione dei corpi di Sant’Ambrogio, San Gervaso e San Protaso, all'interno di un vano ricavato sotto il ciborio, dove si trova un'urna d'argento con i corpi dei santi, eseguita nel 1897 da Giovanni Lomazzi su progetto di Ippolito Marchetti.

Sul pavimento della cripta si trova anche una lapide che ricorda il luogo ove originariamente si trovava sepolta santa Marcellina, sorella di Ambrogio le cui spoglie riconosciute dal cardinale Odescalchi nel 1722, vennero traslate in una cappella della navata destra appositamente dedicata.

Sacello sotto altare maggiore