Basilica di Sant'Eustorgio

Dalle origini paleocristiane al XII secolo

La fondazione della basilica, posta su un'area cimiteriale risalente al III-IV secolo d.C., per tradizione coincidente con il luogo in cui si riteneva che l'apostolo Barnaba avesse battezzato i primi cristiani, è stata per lungo tempo attribuita a Eustorgio I, vescovo di Milano (344-350 d.C.).

 

 

I resti di una prima chiesa, di epoca paleocristiana (VI secolo), sono visibili sotto l'abside, la cui muratura, databile alla prima metà dell'XI secolo, testimonia le successive trasformazioni in età romanica. La basilica aveva impianto longitudinale, forse coperto da volta a botte, concluso da tre absidi semicircolari. A sud della chiesa vi era la sede dei canonici.

 

 

 

XIV-XV secolo: decorazione delle cappelle della basilica

La protezione della famiglia Visconti, e il sostegno fornito alla politica da essi intrapresa da parte dell'ordine dei predicatori, sono attestati dalle numerose commissioni a favore della basilica e del convento documentate nel XIV-XV secolo.

 

 

 

La cappella fondata nel 1297 da Matteo I, il cui busto compare all'esterno della stessa, nel corso del Trecento fu dotata di affreschi.

 

 


Gian Galeazzo donò importanti somme per la costruzione della nuova biblioteca e commissionò l'ancona marmorea con scene della Passione di Cristo per l'altar maggiore (1395-1402). Il duca Filippo Maria promosse la costruzione del refettorio e del perduto chiostro grande (1420).

 

 

Durante il Tre e il Quattrocento molte famiglie influenti manifestarono il proprio patronato sulle cappelle della basilica, commissionando monumenti funebri che, spesso, nel corso dei secoli, furono scomposti e rimontati in modo arbitrario. Nel settimo decennio del Quattrocento il nobile fiorentino Pigello Portinari fece costruire una cappella, con funzione di sepoltura, destinata a contenere la reliquia del capo di San Pietro Martire.

 

 

 

 

Tra il 1483 e il 1489 fu la volta della cappella Brivio, nella quale furono collocati il polittico della Madonna con il Bambino con San Giacomo e Sant'Enrico di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone e il sepolcro di Giacomo Stefano Brivio, opera di Tommaso Cazzaniga e Benedetto Briosco.

Dal XVI secolo ad oggi

Nella seconda metà del XV secolo il convento cominciò ad entrare in una fase di crisi e di lento declino. Nel 1559 il Tribunale dell'Inquisizione fu trasferito presso la comunità domenicana riformata di S. Maria delle Grazie. Tuttavia, il complesso eustorgiano assunse nuova importanza, grazie alla rivalutazione della basilica, promossa da Carlo Borromeo, quale sede del primo insediamento cristiano e luogo di sepoltura dei martiri.

Nel 1526 gli scontri tra soldati francesi e spagnoli che si contendevano la città di Milano provocarono gravi danni agli edifici. Il convento non venne restaurato che intorno al 1600, sotto la direzione dell'architetto Gerolamo Sitoni.

Tra il XVI e del XVIII secolo un buon numero di interventi di ricostruizione e di ridecorazione interessarono la basilica, coinvolgendo importanti artisti lombardi tra cui si annoverano, nella seconda metà del Cinquecento, Giulio Campi, Carlo Urbino, Andrea Pellegrini, per il XVII secolo Daniele Crespi, Giovanni Mauro della Rovere, detto il Fiammenghino, e Federico Bianchi; l'architetto Francesco Croce e Antonio Lucini per il Settecento. Il patrimonio pittorico del convento venne arricchito dal cospicuo lascito di opere su tela di Giovanni Battista Marone (1666).

Nel 1798 la Repubblica Cisalpina decretò la soppressione del convento. Con la Restaurazione l'edificio conventuale mantenne l'impiego a fini militari. Nel settimo-ottavo decennio dell'Ottocento la basilica fu oggetto di un importante intervento di restauro. I maggiori lavori si concentrarono sulla facciata, ove, su progetto di Giovanni Brocca e Enrico Terzaghi, il rosone centrale e le aperture laterali vennero sostituite da tre bifore e due monofore.

L'ingresso fu completato con un pronao, sorretto da colonne poggianti su leoni stilofori, e da pitture, estese anche ai timpani laterali, di Agostino Caironi. Il pittore intervenne estesamente anche all'interno della basilica con partiti decorativi di gusto neoromanico. I lavori proseguirono fino al 1874, includendo la riplasmazione di alcune cappelle e la riscoperta degli affreschi nella Portinari. Una seconda, consistente, campagna di restauri iniziò nel 1950 al fine di recuperare l'aspetto due-trecentesco della basilica; il rifacimento del pavimento determinò importanti scoperte archeologiche.

Nel 1911 il complesso monastico venne acquisito dal Comune di Milano e adibito, per lo più, a attività produttive. I bombardamenti dell'agosto 1943 determinarono la distruzione di parte del convento. Nel 1960 il Comune di Milano decise di compiere un radicale intervento di consolidamento statico.

Contemporaneamente, si giunse a una convenzione per la cessione della proprietà degli immobili alla curia, con l'onere di realizzare tutte le opere di ripristino e riordino dei chiostri per recuperarli a nuove destinazioni. Nel 1999 nel secondo chiostro si è aperto il Museo Diocesano.

Nel 2000 la parrocchia si è fatta carico di un intervento di restauro conservativo della facciata della basilica e delle prime tre cappelle gentilizie del fianco meridionale, nonché di un progetto di riqualificazione funzionale, al fine di costituire un nuovo percorso museale, degli ambienti del lato sud del primo chiostro e della Sala Capitolare, ove sono emersi nuovi elementi decorativi e strutturali.

Esterno

S. Eustorgio ca. 1745   

La facciata originale della basilica, risalente al secolo XII, è frutto di un restauro in stile neoromanico, compiuto dall'ingegnere Giovanni Brocca tra il maggio 1864 e l'agosto 1865. Essa presenta da allora la tipica forma a capanna, con archetti sporgenti al di sotto del cornicione superiore, tre portali sormontati ciascuno da una lunetta musiva, una bifora sopra il portone centrale e due monofore sopra quelli laterali. All'angolo sinistro, adiacente alla facciata del convento domenicano, vi è il pulpito dal quale predicava l'inquisitore Pietro Martire.

 

Sul fianco meridionale della basilica prospettano le absidi delle cappelle gentilizie edificate fra Trecento e Quattrocento, restaurate tra il 1864 e il 1872 dall'architetto Enrico Terzaghi, che le liberò dalle sovrastrutture accumulatesi tra il XVII e XVIII secolo. Preziosa fonte di notizie di prima mano sui restauri della basilica è costituita dalla cronaca redatta dal sacerdote Paolo Rotta, che seguì tutte le fasi dell'intervento insieme all'ingegner Andrea Pirovano Visconti: entrambi saranno protagonisti, qualche anno dopo, del salvataggio della chiesa di San Vincenzo in Prato.

 

 

 

 

Il campanile, posto sul retro della chiesa, ospita un concerto di 6 campane. Sulla sommità, in luogo della consueta croce, è posta una stella a 8 punte, simbolo della stella che guidò i Magi a Betlemme. Il campanile ospitò il primo orologio pubblico d'Italia.

 

 

 

Interno

L'interno della basilica è suddiviso in tre navate sormontate da volte a crociera. Di seguito vengono indicati i siti e le opere d'interesse storico artistico facenti parte del complesso della basilica.

Cimitero paleocristiano

 

Sotto la basilica, si trova «il cimitero paleocristiano e precristiano databile dal 100 a.C. fino al 4-500 d.C.»,  «la terra che viene detta da S. Ambrogio “Cimiterium Martyrum” perché vicina all’Arena dove venivano martirizzati i cristiani e poi deposti qui a S. Eustorgio. Una accanto all’altra sono conservate tombe pagane e cristiane. Qui sono state trovate le ossa di tre vescovi di Milano: Eustorgio, Onorato e Magno.

 

Nel cimitero, c’è anche una lapide della fine del IV secolo che rappresenta la croce greca e rivela un messaggio molto bello. Gesù Cristo ha detto: “Io sono l’alfa e l’omega”, qui su questa lapide invece si trovano le due lettere dell’alfabeto al contrario».

 

 

 

 

Il frammento in cinque pezzi combacianti (cm 20x12x2) conserva solo poche tracce del testo iscritto e un graffito raffigurante un uomo con le braccia allargate nell’atteggiamento dell’orante. È vestito con una tunica manicata e un sagum , chiuso sulla spalla destra da una fibula probabilmente a croce, tipologia ben documentata anche archeologicamente; potrebbe essere un soldato o un funzionario della burocrazia imperiale. La lapide va probabilmente messa in rapporto con la tomba 10, una sepoltura che presentava all’interno i resti di due inumati e quattro monete (due illeggibili, una di Costanzo II e una di Giuliano).

 

Sala Capitolare dell'ex convento domenicano

 

Le indagini stratigrafiche, eseguite sulle volte delle sala capitolare, hanno permesso di individuare la presenza di un intonaco omogeneo, sotto gli strati di scialbi successivamente stesi nel corso dei secoli, in relazione alle diverse funzioni alle quali la sala era stata adibita. I tavolati divisori innestati sotto le arcate, sono stati demoliti e liberando le colonne in granito su cui poggiano le volte a crociera della sala: è stata così recuperata l’originaria spazialità della Sala Capitolare del convento Domenicano. La rimozione di tavolati ha rivelato, nella muratura del lato est, in corrispondenza dei sott’archi la presenza di una cornice in cotto lavorato a modanature e dentelli che si è rivelata poi far parte di una coppia di finestre di cui si ignorava l’esistenza.

 

Cripta e Cappellina degli Angeli

 

 

 

 

Altare maggiore

 

 

 

 

 

Dietro l'altare maggiore, in corrispondenza della zona absidale sotto il livello del pavimento, sono visibili i resti di una primitiva aula basicale paleocristiana.

Nel sottocoro si apre una piccola cappella, interamente decorata con stucchi e affreschi recanti episodi della Bibbia e dei Vangeli, realizzati da Carlo Urbino nel 1575. Sulla pareti della cripta, la Leggenda dei Sette dormienti, anch'essa di Carlo Urbino.