T13 - Assemblee di presbiteri

«Ci mettiamo in cammino sinodale per restare fedeli a questo volto di Chiesa, a una Chiesa che si vuole prossima e vicina a chi bussa in cerca di aiuto, a chi si sente solo, a chi fatica a decifrare il senso di mutamenti così imponenti.» (p. 12)
«Il lavoro che si avvia intende essere anzitutto un impegno di riflessione teologica e spirituale e per questo motivo pastorale: miriamo (...) a una maturazione della nostra esperienza di fede e di Chiesa.» (p. 13)

> Il Sinodo minore vede il clero impegnato in un cammino di riforma. Parte essenziale di questi due eventi è lo sguardo contemplativo: senza di esso ogni riforma è vana. Come assumiamo questo sguardo nel dare corpo alla nostra identità presbiterale e alle responsabilità ministeriali che ci sono affidate?

ATTIRERÒ TUTTI A ME

«Che cosa ci rivela la croce riguardo alla Chiesa, ai popoli e al mondo intero? “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). (…) Ogni fratello e ogni sorella che incontriamo, a qualsiasi nazione, cultura e civiltà appartengano, sono un fratello e una sorella per cui egli ha dato la vita.» (p. 16)
«La trama dell’amore di Dio Trinità dentro la storia riunisce dai confini, senza uniformare od omologare le differenze, facendole cogliere come ricchezza e vibrare come sinfonia.» (p. 20)

> Il “per tutti” della croce di Cristo è un dato anzitutto teologico. Quanto la nostra predicazione, la guida delle comunità, l’organizzazione della vita pastorale aiuta noi e tutti i cristiani a comprendere la forza inclusiva della fede che professiamo, prima che le divisioni sociali e culturali ne indeboliscano l’efficacia?
> La pluriformità nell’unità è uno dei frutti di questo esercizio di contemplazione. Quanto la nostra pastorale si lascia interrogare da questo principio?
> “Chiesa dalle genti”: su quali punti questa immagine chiede di ripensare le azioni e gli stili della nostra pastorale ambrosiana? Come ci fa vivere una conversione missionaria?

TEMPO DI METICCIATO PER LE TERRE AMBROSIANE

«I pastori ambrosiani in più occasioni ci hanno aperto la mente alla visione e alla speranza di costruire una società plurale, accettando il fatto dell’immigrazione con spirito profetico e come l’occasione di una “più grande presenza di Dio tra gli uomini”, formando coscienze volte all’accoglienza di persone che provengono da mondi diversi e capaci di vedere nella diversità non una causa di scontro, ma l’occasione di un reciproco arricchimento.» (p. 26)

> Il cambiamento in atto semina emozioni e anche paura. Quali sono le paure di noi preti? Come restare autentici di fronte alla gente, senza assumere ruoli e maschere che nascondono le nostre emozioni, ma ci rendono artificiali?
> Quali sono le paure della gente? Come ascoltarle e farle maturare? Quanto sappiamo educare al volto plurale e molto diversificato dei migranti? Come il meticciato è assunto da noi presbiteri per accompagnare il cambiamento?
> Cosa le nostre comunità stanno imparando dalla presenza e dall’incontro con i migranti? Cosa stiamo imparando a trasmettere loro della fede che viviamo, dei nostri stili di abitare il mondo?

LA DIOCESI DI MILANO, CHIESA DALLE GENTI

«Il fenomeno della migrazione si presenta come quel kairos che ci permette di rileggere e rilanciare tutto il bagaglio della nostra tradizione ambrosiana, avendolo riletto e purificato alla luce del potere di attrazione universale della croce di Cristo.» (p. 32)
«La presenza dei cattolici di altre nazioni e continenti si presenta come una risorsa (…): si sono accese pratiche di “contaminazione”, forme di meticciato che (…) hanno avviato cammini di condivisione che si vanno consolidando, generando nei fatti un “noi” ecclesiale inedito.» (p. 33)

> Come riconosciamo e valorizziamo il volto sempre più universale (cattolico) delle nostre comunità? Quale spazio ha questo volto nei nostri organismi? Come questo volto trasforma anche la progettazione e la guida delle comunità?
> Quanto abbiamo saputo ascoltare ed educare i bisogni spirituali dei fedeli migranti? Quanto la loro presenza ci aiuta nel riscrivere capitoli fondamentali della pastorale (iniziazione ed educazione cristiana, famiglia, giovani)?
> Come questa contaminazione trasforma la nostra preghiera e la nostra liturgia? In che modo la presenza di cattolici di altre nazioni e riti stimola il nostro celebrare? Abbiamo il dono di un rito nostro peculiare. Come condividere questo dono in una Chiesa dalle genti?
> Come viviamo dentro il presbiterio la presenza di preti di altre nazioni? Come valorizziamo la presenza dei nostri preti fidei donum? Come cambia la pastorale vocazionale in una Chiesa dalle genti?

«Il fenomeno delle migrazioni ha chiesto alla nostra diocesi in pochi anni di apprendere un reale stile ecumenico.» (p. 34)

> Radice monastica, differenti stati di vita (celibatario/monastico e uxorato), grande attenzione alla liturgia, capacità di scrivere la fede nel corpo (digiuni e ritmi di preghiera). Come ci lasciamo interrogare dal clero ortodosso presente in diocesi?
> Una fede illuminata dal pensiero dei Padri e una lettura del mondo anzitutto teologale (la Chiesa ortodossa); un confronto con la cultura del tempo e un radicamento nelle Scritture per affermare il primato dell’azione di Dio e della sua grazia (il mondo della Riforma). Come l’ecumenismo nutre e stimola?
> L’ecumenismo di popolo si traduce anche in accoglienza, condivisione di spazi e di edifici. Quali buone pratiche e quali fatiche possiamo segnalare?

«Ci è chiesto di portare in modo positivo la nostra fede come contributo a un dialogo che necessariamente va creato e sostenuto nella società plurale, per partecipare alla costruzione del bene comune, operando insieme alle altre esperienze religiose per raggiungere e promuovere una pace che sia il frutto di un incontro che si fa stima reciproca e cammino comune.» (pp. 36-37)

> In molti contesti pastorali siamo di fatto invitati a collaborare con persone di altre fedi e religioni. Come costruiamo questa collaborazione? Come ci lasciamo interrogare? Come sappiamo testimoniare la fede cristiana in questi contesti plurali? Come gestiamo la presenza di persone di altre religioni nei nostri spazi e nelle nostre attività?
> La Milano plurale chiede alla Chiesa una conversione missionaria, una concentrazione sull’annuncio del Vangelo, un richiamo ai gesti fondamentali della vita cristiana (Battesimo, Eucaristia, preghiera, carità, condivisione). Quali energie il presbiterio può fornire in questa direzione?
> La società plurale richiede una rieducazione dello spazio pubblico, perché sia luogo reale di libertà religiosa. Quanto il nostro stile presbiterale si riprogetta in questa linea? Quale contributo riusciamo a dare, perché la ricerca del bene comune sia un principio condiviso da tutti e un modo per affermare il modello di umanesimo che come cristiani vogliamo vivere?