Libri - Consigli per la lettura

Card. Giacomo Biffi

COSE NUOVE E COSE ANTICHE

Cantagalli, 2017

Cose nuove e cose antiche è un libro che  raccoglie alcuni testi di Giacomo Biffi risalenti agli anni del suo ministero sacerdotale milanese (1960-1975). Nelle sue pagine si ritroveranno la stessa forza, la passione e l’umorismo che costituiscono, per così dire, il marchio di fabbrica dell’intera produzione del Cardinale. Vi si troveranno parole nuove, giovani e fresche, proprio perché antica è la loro sorgente. Si potrà apprezzare la pastorale chiara e concreta del parroco Biffi, si potranno cogliere i fermenti e le speranze dei primi anni del postconcilio, respirare le incertezze e il disorientamento che la società e la Chiesa negli anni della “contestazione” andava sperimentando. Furono gli anni del “miracolo economico”, della “cultura del lavoro”, ma anche anni di crisi e di eventi funesti, di «subbuglio ideologico, morale, ecclesiastico e sociale» (Memorie e digressioni di un italiano cardinale).

Mensilmente cadenzata e liturgicamente ritmata, nel suo percorrere diverse volte l’intero ciclo annuale delle stagioni, con le sue rassicuranti monotonie ma anche con le sue sorprendenti e spesso disorientanti novità, questa lettura si configura come una retrospettiva che – per usare le parole dello stesso Giacomo Biffi – «ci dà il senso della continuità della Chiesa (…) al di sopra del mutare degli uomini e delle circostanze. Al di là di tutto ciò che cambia, “Cristo è lo stesso – come sta scritto – ieri e oggi e nei secoli”».

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Julián Carrón

DOV’E’ DIO?

Piemme, 2017

Si può ancora incontrare Dio nella "società liquida"? La secolarizzazione e la scristianizzazione dell'Occidente sono segno della fine dei tempi o soltanto della fine di un'epoca e dell'inizio di un'altra? La società plurale e relativista è il nemico da combattere innalzando barriere e muri oppure può diventare l'occasione per annunciare il Vangelo in modo nuovo? La fine della civiltà cristiana e la difficoltà a trovare un comune denominatore nei "valori" e nella morale "naturale" segnano l'impossibilità di un dialogo tra credenti e non credenti o richiedono che questo sia proposto in forme nuove? Di fronte a una situazione che per certi versi assomiglia a quella degli inizi del cristianesimo, chi crede in Gesù come è chiamato a vivere? Don Julián Carrón è da dodici anni alla guida del movimento di Comunione e Liberazione. Ha avuto il compito non facile di raccogliere il testimone da don Luigi Giussani, il quale, pur non avendo inteso «fondare niente», diede vita a un movimento che come tutte le realtà nuove ha fatto e fa discutere. In questo suo primo libro-intervista dialoga con il vaticanista Andrea Tornielli, non tanto con l'obiettivo di affrontare i temi più spinosi e interni alla vita di CL e della Chiesa, che pure non mancano in questo libro con domande e risposte scomode, ma anzitutto per raccontare qual è lo sguardo del movimento sul momento storico che stiamo vivendo, per riproporre - senza linguaggi autoreferenziali o per addetti ai lavori già "fidelizzati" - quale sia il nucleo essenziale della fede cristiana. Con particolare attenzione alla dinamica con cui il cristianesimo si è comunicato e si comunica. Il dialogo schietto che il lettore troverà in queste pagine non è una biografia di don Julián Carrón e neppure un saggio sulla realtà ciellina. Rappresenta piuttosto il tentativo di porre e suscitare domande, per scoprire o riscoprire i contenuti del cristianesimo, chiedendosi se e come possano essere interessanti e nuovamente testimoniati in una società non ancora post-cristiana, ma già ben avviata a diventarlo.

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Ferdinando Camon

UN ALTARE PER LA MADRE

Garzanti, 2011

Premio Strega 1978. Il romanzo è la conclusione ideale di quello che Camon ha intitolato "il ciclo degli ultimi", in cui un mondo contadino immobile da sempre rivive nella sua miseria e nella sua grandezza. Da questa matrice terrestre l'autore approda ora, per trasfigurazione d'amore, mediazione di memoria e per virtù di poesia, a un sentimento dell'immortalità che trova il suo simbolo e segno nell'altare di rame costruito per la madre. È il padre che lo erige, ma è il figlio che ne registra la nascita, costruendo a sua volta un "altare di parole", il libro appunto, che consentirà alla madre di "smettere di morire".

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Susanna Bo

FINCHE’ C’E’ QUALCUNO DA AMARE

San Paolo, 2017


Dalla recensione di Costanza Miriano:

Uno dei drammi di quando si scrive un libro è che si smette di leggere, almeno se si hanno dei figli, una casa, un marito, e soprattutto un lavoro vero. La pila dei libri che mi sono arrivati, da amici o dalle case editrici che vorrebbero recensioni, è cresciuta vertiginosamente in questi mesi di scrittura. Appena ho potuto alzare la testa dal computer avrei dovuto, se fossi una persona capace di darsi delle regole, cominciare da quelli arretrati da più tempo, ma non ce l’ho fatta: la mia mano si è diretta irresistibilmente al libro di Susanna Bo, che ci aveva conquistati tutti con il suo primo, La buona battaglia. Il fatto è che gli altri sono tutti testi impegnativi e appassionanti, ma, in sintesi, senza manco un bacio. Invece questo Finché c’è qualcuno da amare prometteva bene dalla copertina: due che si abbracciano, lei affondata sotto la sua ascella, una cascata di capelli biondi che emerge da un poderoso abbraccio maschile. Forse dopo mesi di lavoro, mi posso concedere una storia romantica, mi sono detta.

Ecco, niente. Manco per sogno. Quella che racconta Susanna è una bellissima storia d’amore, amore vero, quindi un corpo a corpo con la propria storia, con la libertà, con la propria fragilità. Ma romanticismo, diciamo la verità, niente, almeno se si fa propria, come io faccio mia, la definizione di don Fabio Rosini, per come mi è stata riportata: il romanticismo è per le donne un po’ quello che è la pornografia per gli uomini. Quindi il contrario dell’amore. Il romanticismo è fatto di emotività pura, ormoni, batticuore, e c’è il gusto della conquista, le tattiche di seduzione, l’applicazione di regolette come “in amor vince chi fugge”, tecniche di provocazione di gelosia e robetta simile. L’amore è tutta un’altra cosa, e ha a che fare con il coraggio di mettersi a nudo l’anima, di far vedere la propria fragilità e povertà, ha a che fare con la decisione di consegnarsi a un altro senza paracadute.

È di questo che è intrecciata la storia di Sara e Davide, che poi sono Susanna, l’autrice, e Gianni, il secondo marito (chi ha letto La buona battaglia sa che il primo è morto molto giovane, lasciando due bambine piccolissime, una storia di cui non posso dirvi niente perché chi non lo ha letto deve correre procurarselo). I connotati sono modificati per proteggere la riservatezza della nuova famiglia, che nel frattempo si è allargata, le due bambine hanno tre fratellini nuovi di zecca, e, immagino, per lasciare margini di creatività e libertà all’autrice. Ma nonostante lo stile da romanzo, questa storia profuma di Verità, profuma di Dio, un Padre buono che fa capolino sempre, ogni tanto anche chiaramente, tra le righe. Chi altri potrebbe essere, se non lui, capace di portare alla felicità due suoi figli prediletti tanto provati dalla sofferenza? Sara infatti, proprio come Susanna, ha perso un marito, Davide una fidanzata, e poi anche una seconda, non proprio morta, ma insomma dovete leggere. Eppure vale la pena, vale la pena sempre vivere, finché c’è qualcuno da amare.

Ma porca miseria, penserà qualcuno, questa donna è proprio una figlia prediletta, se ha incontrato due uomini così meravigliosi. È vero, uno è morto, ma c’è da dire che tante di noi non ne incontrano neanche uno, di uomo vero nella vita, figuriamoci due. Poi però ti viene da chiederti: sarà fortunata, questa donna così amata? O forse ha capito qualcosa che tanti di noi faticano a comprendere davvero, non con la testa ma con tutta l’adesione del proprio essere? Io credo che Susanna abbia capito il segreto profondo e nascostissimo dell’amore. E cioè che l’amore non è un sentimento tra due persone, ma una potenza che viene da una relazione a tre: la donna, l’uomo, e Dio, l’unico autorizzato a dirci “non avere paura”, l’unico che può davvero dire per sempre. E anche se lei sostiene di scrivere solo per avere la scusa per stare seduta, io credo invece che scriva perché Qualcuno l’ha mandata a noi, per essere segno di un amore più grande, per insegnarcelo, per ricordarci che non bisogna mai chiudersi, per ricordarci che quando amiamo siamo belle, e che abbiamo bisogno di qualcuno che se ne accorga, ma anche che se ci sono anni in cui magari nessuno ci fa caso, probabilmente è solo perché quel qualcuno Dio lo sta preparando per noi, e ancora non lo abbiamo incontrato. Io spero che Susanna stia ancora seduta molto, molto a lungo, e ci racconti altre storie belle come questa.

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