Libri - Consigli per la lettura

Fabrizio Ardito

LA VIA DI FRANCESCO

Ed.  Touring Club Italiano


 

San Francesco, il cristianesimo visibile di un pellegrino disarmato

A uso dei viaggiatori con la passione per gli itinerari storici, sono apparse quest'anno, a breve distanza, due guide sui generis, sulle orme di una personalità particolarissima, Francesco d'Assisi. L'una, realizzata da Fabrizio Ardito (La Via di Francesco, Touring Club Italiano), si raccomanda per le eccellenti fotografie, l'altra, a cura di Gianluigi Bettin, Paolo Giulietti e Nicola Checcarelli (La Via di Francesco. Da La Verna e da Roma verso Assisi, Terre di mezzo), scandisce efficacemente le tappe del percorso. Entrambe riescono senza dubbio pertinenti al profilo dell'interessato, insofferente della stasi e della sue abitudini. Francesco è uomo di spostamenti continui, di dislocazioni avventurose, sia prima della conversione, sia nella sua singolare esperienza di penitente. E tutto l'Ordine dei Minori, specie ai suoi inizi, coltiverà una tipica vocazione itinerante, vivendo nella vastità di una clausura aperta, secondo la felice espressione di Giacomo di Vitry. Non poteva essere diversamente, data l'inquietudine del fondatore, incapace di fermarsi.

Tant'è: Francesco non si limita a percorrere la penisola, matura il desiderio di recarsi, pellegrino, in Terrasanta. Un desiderio realizzabile, in quel torno di tempo? Chi volesse farsi un'idea della situazione della Palestina nel Basso Medioevo, può consultare i capitoli correlativi dell'ampio studio di Eric H. Cline, Gerusalemme assediata. Dall'antica Canaan allo Stato d'Israele, apparso quest'anno in traduzione italiana presso Bollati Boringhieri. Non ne ricaverà di certo un quadro idillico. L'aspirazione di Francesco, insomma, incontrava barriere formidabili. Dopo secoli di dominazione musulmana, Gerusalemme era tornata in mano ai cristiani nel 1099, a conclusione della prima crociata. Circa ottant'anni dopo, i musulmani, capitanati dal Saladino, l'avevano ripresa. I pellegrini che avessero voluto visitare la basilica del Santo Sepolcro dovevano pagare un tributo, a rischio di incrementare, in questo modo, fondi destinati al jihad. Ammesso e non concesso che regnasse la pace, una pur precaria pace, in quelle regioni aspramente contese. La resa della città santa alle armate del Saladino aveva infatti suscitato, in Occidente, una recrudescenza dello spirito di crociata..... ( SEGUE )

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Fabio Mini

CHE GUERRA SARA’

Mulino 2017


Che guerra sarà: Quanto concreta è oggi la prospettiva di un conflitto su scala globale? Secondo l'autore la vera domanda non è se ci sarà una guerra (sì, ci sarà), ma che guerra sarà. La tecnologia ha introdotto nuovi armamenti, i sistemi di comando e i metodi operativi si sono affinati e specializzati, i combattimenti a controllo remoto e le piattaforme robotizzate sono già una realtà. Anche la disumanizzazione dei conflitti è un dato di fatto: il soldato non fa più domande e il robot dà solo risposte programmate. Meno prevedibile è invece l'atteggiamento mentale di chi ha ed avrà il potere di usare questi strumenti. Ma anche qui le alternative sono poche: o la strategia seguirà la tecnologia fino a farsene schiava o la oltrepasserà, con esiti inimmaginabili. Nel bene o nel male.

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Elisabetta Sala

L’ESECUZIONE DELLA GIUSTIZIA

D'Ettoris Editori,  2017

Londra 1605: i cattolici contro il re, una storia da raccontare di nuovo

Diceva Oscar Wilde che l'unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è quello di riscriverla. E' esattamente quello che ha fatto Elisabetta Sala, docente di storia e letteratura inglese e autrice di diversi preziosi saggi sull'epoca di Enrico VIII, di Elisabetta I e di Shakespeare, in questo romanzo, L'esecuzione della giustizia (D'Ettoris Editori 2017) in cui riscrive la tragica vicenda della cosiddetta "Congiura delle polveri", il tentativo avvenuto nel 1605 di far saltare in aria il Parlamento di Londra, con il Re Giacomo e tutta la corte. La storia ufficiale ci racconta che il complotto fu elaborato da un gruppo di tredici fanatici cattolici ispirati probabilmente dai Gesuiti. La storia — si sa — è scritta dai vincitori, ma per il suo romanzo Elisabetta Sala ha utilizzato non solo la sua fantasia, ma anche alcune antiche e rimosse fonti, che dicono che le cose andarono molto diversamente.

L'Inghilterra agli inizi del '600 aveva visto il passaggio dal lungo regno di Elisabetta Tudor a quello di Giacomo Stuart, l'imbelle figlio di Maria Stuart che era stato posto sul trono dagli oligarchi inglesi, primo fra tutti il luciferino Lord Salisbury, Robert Cecil, figlio di quel William Cecil che era stato l'anima nera del tirannico regime elisabettiano, il fondatore dei famigerati servizi segreti della Regina, il feroce persecutore dei cattolici. Le Leggi Penali avevano disintegrato la Chiesa in Inghilterra, e chi era rimasto fedele alla Chiesa di sempre era costretto alla clandestinità. I cattolici avevano riposto molte speranze in Giacomo, il figlio della Regina martire di Scozia, ma presto le loro attese furono frustrate. E' in questo clima che si verifica il mancato attentato del 5 novembre 1605, il fulcro della storia della Sala. L'arresto di tutti i membri del "complotto", l'individuazione del mostro principale in Guy Fawkes, e l'ombra delle trame gesuitiche, diede l'occasione al Governo di Sua Maestà di mettere in atto una sorta di "soluzione finale" della presenza papista in Gran Bretagna. (SEGUE)

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Gabriele Gimmelli
BIG BUSINESS – Grandi Affari
Ed Mimesis Cinema

Stan Laurel & Oliver Hardy: ridere è una cosa seria

Di lentezza si può far ridere e, facendo ridere, si possono generare conoscenze inedite? Decisamente sì, anche se l’affermazione categorica sfida il senso comune, che affida alla cosiddetta serietà la conoscenza, e associa la lentezza con la noia. Gabriele Gimmelli ce ne dà una prova col suo lavoro su uno dei capolavori del cinema, Big Business – Grandi Affari, con Stan Laurel (Stanlio) e Oliver Hardy (Ollio), del 1929.

Ascoltando Umberto Eco il comico e l’umoristico non solo sono cosa buona, ma anche strumento di conoscenza: “… e Venanzio disse che per quello che lui sapeva Aristotele aveva parlato del riso come cosa buona e strumento di verità…” (U. Eco, Il nome della rosa, Prima edizione riveduta e corretta, Bompiani, Milano 2012; p. 135). E uno che se ne intende come C. Simic, scrive: “Del resto, ci sono stati qua e là alcuni che, si sospetta, sono effettivamente morti dal ridere.” (C. Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, Milano 2012; p. 148).

Chi di noi non ha avuto la sensazione di morire dal ridere vedendo Stanlio e Ollio? La natura di quel divertimento è oggetto di fine attenzione nel lavoro di Gimmelli, con correlati continui alla storia e alla contingenza storica in cui Big Business è realizzato; ma anche a una attenta disamina della filologia dell’opera e della sua collocazione sulla soglia del passaggio dal muto al sonoro nella storia del cinema. Tutto il percorso di Gimmelli ci mette in relazione con l’opera di Laurel & Hardy e cerca di evidenziare le condizioni del profondo coinvolgimento che essa riesce a produrre in noi, mantenendo la sua potenza comica e coinvolgente nel corso tanti decenni. (SEGUE)

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