Jean-Pierre Brice Olivier, NON AVERE PAURA DEL CORPO

Jean-Pierre Brice Olivier
NON AVERE PAURA DEL CORPO
Ed. Quiqajon

La nostra umanità, la nostra carne, non è mai un ostacolo alla vita spirituale, anzi è al suo servizio. L'umano, che sembra limitarci, non è in opposizione alla nostra ricerca di Dio: è la nostra unica via di santità. Abbracciare e accogliere noi stessi - in questa nostra carne - è la cosa più difficile e più impegnativa. Ma se Dio stesso si è incarnato in un corpo umano, anche noi siamo chiamati a questa incarnazione nel nostro proprio corpo. La carne, che è il nostro essere in pienezza, è il luogo benedetto della nostra vita, già fin d'ora. È chiamata all'eternità e destinata alla gloria.

Quando il corpo è fonte di sofferenza, di vergogna, quando la carne è guardata con sospetto – e le religioni hanno contribuito notevolmente a questo –, quando nel nostro mondo il corpo è esaltato e la sua immagine plasmata dalla cultura mentre al di fuori popoli interi vengono annientati e massacrati, non è forse urgente affermare il valore unico di ogni essere e restituire alla carne il posto che le spetta?

Quando parlo di carne, non voglio in alcun modo contrapporla a un altro tipo di realtà, dell’ambito spirituale. Con la parola “carne” intendo la totalità dell’essere.

L’unità indissociabile di tutto ciò che ci costituisce viventi e unici: corpo, spirito, anima, intelligenza, sensibilità, istinto, memoria, eredità molteplici, desiderio, storia, parola, tutto ciò che permette di essere al mondo e di dire: “Io esisto”.

I nostri antenati più remoti, non appena hanno cominciato a reggersi in piedi, si sono posti le nostre stesse domande. Già allora stavano in posizione eretta e interrogavano il cielo, le loro mani erano libere, di abbracciare e di fare violenza, di levarsi in preghiera e di creare…

Da alcuni milioni di anni gli interrogativi che occupano la testa degli umani sono gli stessi: dove stiamo andando? Chi cerchiamo? A chi rivolgiamo preghiere? Dov’è Dio? Chi è veramente? La ricerca e il grido dell’essere umano rimangono quelli di sempre, così come la sua inquietudine nell’accostarsi a Dio, vederlo e toccarlo. Allora egli lo confina in templi, o case, o tabernacoli, per rassicurare se stesso, tenerlo sotto controllo, stare tranquillo. Eppure Dio è anche – forse è soprattutto – altrove, in un roveto, in un deserto, nello spirare trattenuto di una brezza leggera, sul bordo di un pozzo… là dove non lo cerchiamo, là dove forse non vorremmo trovarlo, nella nostra carne, nel punto più debole della nostra carne.

Siamo perennemente alla ricerca di colui che può farci vivere. Siamo in questo desiderio di vita piena. Passiamo il tempo a cercare altri uomini o altre donne che finalmente possano corrispondere alle nostre aspettative.

Tutti incontri, se veri, che ci servono e ci conducono più lontano. Approfondiscono ancora di più la nostra sete, allentano un po’ la tensione causata dal nostro desiderio. Ci sono indispensabili, ma la nostra vita non dipende da questo. La nostra vita non può nutrirsi semplicemente di quella di un altro o di un’altra. 

Chi mi farà da padre? Chi potrà salvarmi alla fin fine? Chi mi risparmierà la fatica di venire ad attingere l’acqua fresca nella calura del giorno? Chi accoglierà il mio pianto? Chi mi farà nascere di nuovo e nutrirà la mia esistenza? Chi mi porterà perché io possa attraversare la vita? Chi mi rialzerà?